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 di
Mario Pannunzio   del
Centro "Pannunzio"
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  Pannunzio
è stato un laico direttore di coscienze, con la virtù
di valersi della categoria estetica per giungere anche a una valutazione
etica, e infine a un pacato giudizio storico. Un animatore d'uomini,
pur se il suo riserbo sconcertava i nuovi conoscenti, collaboratori
e scolari. Forte nel fisico come nell'animo, aperto alle semplici
gioie della vita, disposto ad esprimere tali gioie con gli amici
fidati.
Stendhal, Tocqueville, Flaubert, Proust, Croce e Salvemini gli dettero
felicità; Manzoni, per lui laico, storicista di educazione,
illuminista di temperamento, agnostico coerente fino all'ultimo
respiro, fu qualcosa di più, se ha voluto fra le mani, nella
bara "I promessi sposi".
Lui precedeva tutti noi in un territorio illuminato solo dalla coscienza
individuale; andava avanti in apparenza cauto, in verità intrepido. Una
presenza fervida, capace di determinare atteggiamenti altrui, come lo
dimostrano le 18 annate del "Mondo", nelle quali un giorno si cercherà il
meglio dello spirito italiano, in un tempo difficile. Suscitava energie vitali
in coloro che l'avvicinavano; accettava i loro problemi, li riconosceva
quand'erano autentici, li dissipava quand'erano futili.
Arrigo Benedetti

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  Io,
che non appartengo né all'intellettualità comunista né a quella liberale, e le
disprezzo entrambe profondamente, cercherò di dare alcune valutazioni
definitive sul "Mondo". (.) "Il Mondo" non elaborò una propria cultura, perché
fermo ad uno dei due poli della vecchia cultura: quello liberale (l'altro era
quello comunista). Mario Pannunzio, il direttore del "Mondo", era dell'idea che
la cultura fosse una faccenda del passato: era stata elaborata, una volta per
sempre, da Croce, Einaudi, Salvemini ecc. Tutte persone che avevano ignorato
uno dei due avvenimenti fondamentali di questo secolo: la rivoluzione russa,
avvenuta nel 1917 (l'altro è la contestazione dei giovani, che in Europa ha
avuto inizio solo nel 1968, molti anni dopo la scomparsa diCroce, Salvemini ed
Einaudi).
Carlo Cassola
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 Il
padre di Pannunzio era comunista. Dovette fuggire da Lucca per salvare la sua
vita e la sua famiglia dalle ripetute violenze delle squadre fasciste. Era in
relazione con i capi della Rivoluzione bolscevica, ma proprio in Russia subì il
carcere della polizia sovietica, e ancora una volta, salvò a stento la vita.
Tutta l'esistenza di Mario Pannunzio fu caratterizzata dall'intransigente
difesa della libertà contro i sistemi oppressivi, contro i facili dogmatismi,
contro i fanatismi, contro le consorterie e le discipline cadaveriche che
pretendono di soverchiare la ragione e la coscienza morale. Fu un uomo
incurante di fortune materiali e sdegnoso delle futili vanità personali. Fu un
chierico che non ha mai tradito.
Leone Cattani
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  Era
un aristocratico, un uomo di élite e, quindi, condannato
alla solitudine. Pannunzio è stato qualcosa di più
di un amico; era la mia coscienza. Anzi, credo che lo sia stato
di tutta la nostra generazione. Mario Pannunzio era un signore garbato,
gentile, talvolta quasi frivolo, ma questa sorridente apparenza
nascondeva il freddo coraggio del moralista laico. Diffondere le
idee eterne di giustizia e libertà fu il compito che si assunsero
Pannunzio e i suoi compagni di lavoro. La salute fragile (malgrado
la vigorosa apparenza) e forse anche un'ombra di giustificato scetticismo
non gli permisero un'azione più vasta diretta non solo ad
una minoranza di intellettuali. Ricordo che finita la prima serie
de "Il Mondo", invitato a collaborare ad un grande giornale
del nord, rispose: "La sola vista d'un calamaio e d'una penna
suscita in me angoscia e terrore".
Mario Pannunzio e "Il Mondo" hanno tracciato un sentiero che può diventare una
strada sicura. Costruirla rimane il compito di coloro che sperano in una Italia
giusta, libera e civile. Ancora troppo breve è il cammino percorso.
Giulio De Benedetti
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 Pannunzio
era amante delle piccole comodità di ogni giorno, ma praticante e teorico della
grande scomodità della dissidenza di tutta la vita.
Giovanni Ferrara
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  Pannunzio
era uno dei pochi liberali autentici, per l'istinto critico sicuro
che lo guidava alla ricerca di soluzioni morali, culturali, critiche.
Andava sempre in profondità, oltre la superficie apparente,
ed era straordinario come vedesse le cose da un angolo diverso e
nuovo, mai nel modo generico del quale i più si soddisfano.
Lucidissimo, Pannunzio vi trovava sempre dell'altro, ed erano scoperte
che egli partecipava ai suoi collaboratori, orientandoli e guidandoli
in maniera inimitabile.
C'era chi lo diceva un risparmiatore di energia (Vincenzo Talarico
lo chiamava affettuosamente "Lo sfaccendato") ma così
non era, perché Pannunzio si è impegnato sempre a
fondo in tutto, negli studi, nelle letture, nella politica, nel
giornalismo, infaticabilmente. Il distacco elegante che conservava
era piuttosto frutto di riflessione continua e di pudore e anche
gli entusiasmi che in lui erano vivissimi e sinceri, difficilmente
trasparivano. Solo nelle sue indimenticabili risate franche ed aperte
si scaricava il suo impeto di uomo forte e gaio.
Vittorio Gorresio
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  Scrittore
classicamente elegante, giornalista moderno e uomo politico di primissimo
piano, Mario Pannunzio fece del suo settimanale "Il Mondo"
la tribuna ideale per partecipare per circa vent'anni alla soluzione
dei grandi problemi della vita politica del nostro Paese, e non
tanto da commentatore, ma soprattutto da uomo consapevole e responsabile,
capace di suggerire e sostenere le soluzioni più idonee alla
difesa e al consolidamento delle nostre istituzioni. Chi oggi scorra
la collezione de "Il Mondo" avverte che egli anticipò
molte delle soluzioni alle quali poi si addivenne nella realtà
politica del Paese.
Franco Libonati
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 Pannunzio,
un Maestro
Rientrai da Milano a Roma in treno, proprio la
mattina che i giornali recavano la notizia dei funerali di Mario Pannunzio con
la biografia dello scomparso. Vidi un mio compagno di viaggio scorrerla
distrattamente, eppoi lo udii chiedere al suo dirimpettaio: " Ma era uno
scrittore così importante?"; l'altro si strinse nelle spalle: "Non so - rispose
- non mi pare di aver mai letto nulla di lui".
Quel signore si sbagliava di grosso. Di Pannunzio
aveva letto moltissime cose, ma lui non lo sapeva, non poteva saperlo perché
quelle cose recavano altre firme, compresa, qualche volta, la mia. Ebbi la
tentazione di spiegarlo ai miei coinquilini. Ma pensai che Pannunzio non me ne
sarebbe stato grato. Disprezzava la popolarità, non aveva mai fatto nulla per
procurarsela, e fin sul letto di morte si era preoccupato di evitare ogni
ostentazione disponendo che le esequie si svolgessero alla chetichella, quasi
in incognito.
Pannunzio era mio coetaneo, anzi era
nato qualche mese dopo di me. Eppure nella mia amicizia per lui c'era una
sfumatura di reverenza: un sentimento al quale sono piuttosto allergico. Lo
provai subito, fin dal primo incontro, che pure risale a tanti anni fa, quando
entrambi ne avevamo poco più di venti e facevamo il nostro apprendistato nel
giornalismo. Io ero fascista allora: mi trovavo bene nell'aria sagraiola che il
regime aveva instaurato, mi piacevano le uniformi e le tendopoli, mi eccitava
l'atmosfera in cui ci avevano immerso di perpetua mobilitazione e di "vigilia"
non si sa bene di che.
Pannunzio non partecipava a nessuno
di quegli entusiasmi, della nostra generazione era dei pochissimi che fossero
riusciti a sottrarsi persino all'obbligo dell'iscrizione al partito. E anche
chi non condivideva questo atteggiamento di rifiuto sentiva che esso era il
frutto di un carattere e di un'indipendenza superiori. Non assumeva,
intendiamoci, pose censorie. Mario non è stato mai più vecchio della sua età,
come capita ai catoni. A vent'anni aveva vent'anni anche lui, come noi e più di
noi: sia al tavolo di lavoro che all'osteria, al caffè e con le ragazze,
beveva, peccava gagliardamente. Ma era proprio questo che ci disarmava. La sua
lezione di libertà e d'intransigenza morale non veniva da un bacchettone in
polemica con le manifestazioni gladiatorie e le liturgie guerriere del fascismo
perché scartato alla leva. Veniva da un giovanottone sano e allegro che avrebbe
potuto comodamente vincere anche i littorali dello sport.
Se si rifiutava di parteciparvi, non era per paura
di essere bocciato.
Quanto l'esempio di Pannunzio abbia contato per
tutti noi, è difficile da dire. Credo che a buttare alle ortiche quella camicia
nera che ci eravamo travati cucita addosso all'età di dieci, dodici anni, ci
saremmo arrivati in ogni caso, prima ancora che la catastrofe si profilasse. Ma
non c'è dubbio che Pannunzio ci abbreviò e ci facilitò l'operazione, grazie
all'ascendente che esercitava su di noi e che gli conferiva quell'indefinibile
dono che si chiama "autorità". Dovunque si trovasse, anche al night - anzi al
"tabarin" come si diceva allora - la sua massiccia presenza si sentiva. E anche
quando taceva, teneva banco. Non se ne rendeva conto probabilmente nemmeno lui.
E forse a dirglielo a quell'epoca in cui l'autorità era appannaggio dei
gerarchi, si sarebbe seccato. Ma la sua parola pesava, e al suo giudizio
tenevamo. Mi ricordo quando, di ritorno dall'Abissinia, andai a trovarlo nella
mia divisa di bande indigene. Mi squadrò, mi battè una mano sulla spalla, mi
disse: "Ti ci sei divertito?". E di colpo mi accorsi che tutto il succo di
quell'avventura non era stato altro, davvero, che un gran divertimento.
Non dovette aspettare i capelli grigi per diventare
un "maestro" perché dalla nascita ne possedeva la qualità fondamentale: il
disinteresse. Mario non smaniava per il successo e non ha mai mosso un dito per
procurarsene né in politica, né in letteratura, (e nemmeno in giornalismo). Di
suo ha scritto poco, e stupendamente, ma quasi sempre senza firma. Preferiva
suggerire agli altri ciò che avrebbe potuto fare, meglio di chiunque, egli
stesso. Era un suscitatore di energie, un provocatore di talenti, un Longanesi
con meno estro, ma più equilibrio, rigore critico, impegno. Ecco perché - come
giustamente ha ricordato Domenico Bartoli nel penetrante ed affettuoso profilo
che gli ha dedicato - anche uomini molto più anziani e di molto maggior
prestigio quale Croce e Salvemini, Einaudi, riconoscevano in lui il direttore
d'orchestra e si mettevano volentieri sotto la sua bacchetta.
Qualcuno penserà che per assolvere
questi compiti Pannunzio dovesse essere un lavoratore instancabile, un
forsennato attivista indaffaratissimo a tessere la trama delle sue "public
relations". Era al contrario l'incarnazione della pigrizia. Lo era a tal punto
che dopo l'8 settembre, avvertito da una telefonata durante la notte che la
polizia era sulle sue tracce, preferì lasciarsi arrestare pur di non alzarsi
dal letto. Non credo che abbia mai fatto una passeggiata più lunga di cento
metri. Il suo problema più assillante era il parcheggio della macchina: se ne
serviva anche per andare a comprare le sigarette.
Ma questa indolenza fisica non era che il
contrappunto della sua vivacità intellettuale. Direttore, subito dopo la
liberazione, di "Risorgimento Liberale", ne fece il quotidiano più bello ed
elegante del dopoguerra, pur con mezzi di fortuna. Come al solito, il meglio
della cultura nazionale si era subito raccolto intorno a lui, che trascorreva
le notti ad orchestrare, imbeccare, correggere. Queste sue capacità di
concentrazione si resero ancora più evidenti quando fondò "Il Mondo", l'unico
rotocalco che Longanesi - dei rotocalchi padre e maestro - abbia mai invidiato,
e di cui un giorno bisognerà scrivere la storia per l'importanza che ha avuto e
l'influenza che ha esercitato sull'intelligenza italiana.
Senza appoggio di partiti, senza apporto di
pubblicità, senza inchini a nessun interesse, senza concessioni ai malvezzi del
pubblico, e quindi senza mezzi, solo giuocando sulla scelta degli uomini e sul
loro talento, Pannunzio tirò avanti per anni un settimanale che anche i paesi
di più matura e raffinata civiltà giornalistica avrebbero potuto prendere a
modello. Il tocco raffinato di Pannunzio si avvertiva in ogni pagina, vignetta
o fotografia. Vi collaboravano firme illustri che, abituate a guadagnare
centomila lire ad articolo in altri giornali, si accontentavano di prenderne
quindici o ventimila da lui per il piacere e l'onore di apparire al suo fianco;
e giovani sconosciuti che Pannunzio aveva sbrancato con il suo infallibile
fiuto di "talent scout".
Era un aristocratico, un uomo di "élite", e quindi
condannato alla solitudine, anche in politica. Aveva militato nel partito
liberale, anzi ne era stato l'anima; ma poi si era rifiutato di avallarne le
propensioni conservative e n'era uscito alla testa dell'ala radicale. Il fatto
è che al suo temperamento ripugnava il concetto stesso di "partito" come oggi
lo si pratica col suo asfissiante centralinismo. E infatti, un partito i
radicali non lo furono mai.
Molti lo hanno accusato di una certa freddezza
perché, quando si trovava in contrasto con loro, sapeva separarsi anche dagli
amici più cari e andarsene per la sua strada senza voltarsi indietro. Ma io
sono sicuro che questi scismi gli costavano un terribile sforzo. Se appariva
distaccato, è perché si imponeva di esserlo per conservare l'esatta misura di
tutto e tenere sotto controllo critico anche i propri sentimenti. Era uno di
quegli uomini che danno del lei anche a se stessi e non faceva concessioni a
nessuno, questo è vero, sapeva essere duro, e qualche volta lo è stato anche
con me.
Ma è proprio
questo che ora mi manca. Non ci vedevamo spesso perché le nostre
abitudini erano inconciliabili: io sono podista, e lui era
sedentario, io vivo di giorno e lui di notte. Ma la sua esistenza mi
rassicurava. Sapevo che, nel caso di una difficile scelta, avrei
potuto rivolgermi a lui, come tante volte ho fatto. Perché Pannunzio
era qualcosa di più che un amico; era la mia coscienza. Anzi, credo
che lo sia stato di tutta la nostra generazione.
Indro Montanelli
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  Pannunzio
ci ha insegnato come pochi altri che ciascuno, anche nel vivo e nel torbido
della lotta politica, è responsabile delle proprie scelte di fronte alla
propria cultura e alla propria coscienza.
Geno Pampaloni
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  Pannunzio
è stato grande perché ha saputo trovare le forme giuste
e nuove per difendere le speranze classiche degli uomini e delle
donne di questi tempi (.) Molti di coloro che hanno scritto
- al momento in cui è morto Pannunzio - della sua grandezza,
erano coloro che si erano preoccupati che questa grandezza non fosse
conosciuta dal Paese, che non fosse riconosciuta da coloro in nome
dei quali anche Pannunzio parlava.
Marco Pannella
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  Noi
veramente non abbiamo conosciuto un intelletto più serio
di Mario Pannunzio. Egli è stato nel senso indicato da Croce,
riguardo al dovere di attendere con l'opera dell'indagine e della
critica a "innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti
a più alta sfera spirituale". È stato serio nell'interesse
per le idee, nella grandissima curiosità intellettuale e
nella verifica minuziosa di tutto ciò che veniva presentato
per vero, nell'indipendenza e nello stile personale: uno straordinario
liberale nell'accezione piena e occidentale di questa parola.
La "moralità delle opere", crocianamente, parla
per lui. Mario Pannunzio ha dato le due migliori pubblicazioni del
nostro Paese dopo la guerra: Il "Risorgimento liberale"
e "Il Mondo".
Alberto Ronchey
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  Pannunzio
è il rappresentante di quella cultura liberaldemocratica
che di fronte ai tragici totalitarismi del '900 non deve vergognarsi
di se stessa. Per la sua limpida coerenza, per il suo costante amore
per la libertà.
Mario Soldati
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  Il
grande Maestro de "Il Mondo" è stato Mario Pannunzio;
ci ha dedicato per 18 anni ogni ora della sua vita, concedendosi
una volta sola una vacanza di pochi giorni. Un'altra colonna fu
Ernesto Rossi, lucidissima mente, di alto ideale. Ma è Pannunzio
che come una chioccia ha covato ogni settimana l'uovo.
"Il Mondo" ha chiarito politicamente e moralmente molti,
ha delucidato ogni questione, ha promosso il bene, stimolato il
procedere della libertà e del progresso, cose queste assai
penose in Italia.
"Il Mondo" rappresentava l'indipendenza, la saggezza,
la calma ribellione di fronte a ogni nera burbanza.
Mario Tobino
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 Mario
Pannunzio è stato uno degli ultimi grandi antifascisti liberali.
Il suo nome
sarà ricordato accanto a quelli di Giovanni Amendola e di
Luigi Albertini. In tempi di corruzione egli fece del suo giornale
un impareggiabile strumento di libero esame, d'intransigente battaglia
del vero contro il falso e preferì rinunciarvi piuttosto
che adulterare la voce che gli sgorgava spontanea dalla coscienza.
Benedetto Croce soleva ricordare che l'uso politico della parola
"liberale" era stato introdotto, nei primi anni dell'Ottocento,
in Spagna, in opposizione a "servile". Intesa in questo
senso, di rifiuto totale di servilismo verso i potenti, di qualsiasi
colore, l'idea liberale ha avuto nell'Italia del secondo dopoguerra,
in Mario Pannunzio, la sua espressione più alta e più
sicura.
Leo Valiani
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  Pannunzio
non è stato che un elegante ripetitore, senza poi molte casse
di risonanza e con una cultura unicamente da caffè, degli
ideali (più che delle idee) a metà strada tra Croce
e Salvemini, tra Amendola e Gobetti, senza mai quella dimensione
culturale (ed anche umana) che stava diversamente dietro ad ognuno
di questi maestri (.).
Giancarlo Vigorelli
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  Mario
Pannunzio non è stato soltanto un giornalista eminente del
primo difficile ventennio del dopoguerra italiano, ma anche e soprattutto
il rappresentante di una cultura libera, aperta, critica e riformatrice.
Il suo "Mondo" è stato lo spazio dove queste opinioni
e queste idee si sono confrontate con rigore etico e sereno rispetto
per tutti.
Il Centro che è a Torino e che si intitola al nome di Pannunzio
si è sempre ispirato al suo impegno morale, proponendosi
di continuarne l'opera con onestà culturale, indipendenza,
rifuggendo da qualsiasi iniziativa rumorosa ed effimera.
Per questo suo indirizzo e peculiarità il Centro Pannunzio si è giustamente
conquistato la stima e la simpatia di tutti coloro che credono nella libera
cultura e nei suoi valori.
Giovanni Agnelli
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  In
primo luogo, a mo' di premessa, nel ricordare Pannunzio, permettetemi di
ricordare un lucchese. Non lo faccio per spirito provinciale. Pannunzio stesso
mostra che i migliori lucchesi non sono provinciali. Lo faccio perché sono
convinto che la personalità di Pannunzio, soprattutto nel suo rigore
intellettuale e morale, si comprendono meglio se si ricordano le sue radici in
una città che dalla sua storia ha attinto le virtù repubblicane, lo spirito
della tolleranza, il culto della libertà e dell'indipendenza, l'intransigenza
etica, il dovere della comprensione degli avversari, il ripudio del
manicheismo.
Poi, una raccomandazione, soprattutto a me stesso. Diceva un mio compianto
maestro e amico che le celebrazioni sono spesso un tentativo di celebrare i
celebranti a spese delle idee dei celebrati. Vorrei evitare questo rischio,
osservando però che, quando si celebra un uomo, non solo non si può prescindere
dal proprio punto di vista, ma si deve anche ricordare l'attualità, cioè
l'eredità viva che egli ha lasciato a noi . Le mie opinioni di celebrante non
possono dunque scomparire del tutto.
Nell'Italia del centrismo e dei primi anni del centrosinistra, Pannunzio e il
gruppo del Mondo seppero rappresentare uno sprone per la classe politica,
incarnando un ideale di liberalismo moderno in grado di confrontarsi senza
complessi d'inferiorità - e i meno giovani sanno quanto allora non fosse facile
- sia con la cultura cattolica che con quella marxista.
Come è stato giustamente osservato, il Mondo non ebbe mai una dottrina vera e
propria, perché volle essere l'opposto delle ideologie e soprattutto delle
escatologie. E però ebbe una visione della storia, che Pannunzio derivò da
Tocqueville, Constant, Croce: dentro c'era la filosofia (e non la religione)
della libertà e della democrazia occidentale.. Per questo, a differenza delle
vene di giacobinismo degli azionisti, i liberali del Mondo si dimostrarono, sì,
intransigenti, ma anche più pratici e pragmatici. Essi si confrontavano molto
di più con l'Italia reale - con critiche, pungoli, ironie e anche sarcasmi e
invettive - che con l'Italia ideale. In questo senso non furono mai
"antitaliani", ma italiani fino in fondo, sia pure di una pasta diversa.
Nel confronto con il cattolicesimo e il marxismo, il programma "terzaforzista"
del Mondo potè all'epoca apparire "con i piedi saldamente piantati per aria" e
persino velleitario. Ma era un giudizio ingeneroso, frutto della convinzione,
che a lungo in Italia è stata senso comune, che i soli motori della storia
politica siano i partiti di massa, e che al di fuori di essi si possa, al più,
fare testimonianza.
Il tempo si è rivelato giudice. Pannunzio e il Mondo furono fondamentali nel
varo del centro-sinistra, e i più riconoscono che le indagini e le analisi del
Mondo contribuirono ad alimentare la vena innovatrice di quella stagione, che,
una volta lasciata alla gestione esclusiva dei partiti, ben presto si essiccò.
Per quella parte in cui può dimostrare qualcosa, la storia ha
inequivocabilmente accertato almeno due punti: la superiorità del mondo
liberaldemocratico rispetto ad ogni altro, e l'insostenibilità, nel lungo
periodo, di politiche di espansione della spesa pubblica indirizzate
prevalentemente alla formazione e al mantenimento del consenso. Sul primo
punto, sembra (almeno, sembra) che siamo tutti d'accordo. Sul secondo, basterà
osservare che, se non bastasse la globalizzazione, già quel pezzo di
costruzione europea che abbiamo realizzato, con i suoi trattati e i suoi
vincoli, non consente deroghe o scappatoie. Pannunzio e il Mondo avevano dunque
ragione.
Questo non significa però che il oro progetto debba oggi essere studiato solo
per l'indiscutibile valore di testimonianza politica e morale. Il modo migliore
per onorare la memoria del fondatore del Mondo, almeno da parte di coloro che
si richiamano al suo insegnamento, non è, come dicevo all'inizio, quello di
celebrare noi stessi, ma di trarre del celebrato una lezione per l'oggi,. In
questo senso, c'è ancora strada da fare.
L'Italia ha sperimentato, negli ultimi dieci anni, una salutare alternanza alla
guida del governo: Credo che, pur apprezzando questa conquista, Pannunzio
l'avrebbe considerate insufficiente. Mi spiego.
La liberaldemocrazia è sia un programma politico che un metodo. Quanto al
programma, se si rivisita lo scaffale dei convegni del Mondo , si trovano
almeno tre temi che stupiscono per la loro attualità e che sono ancora in
attesa: quelli della giustizia, della scuola e del mercato del lavoro. Mi
limito a ricordarli nei loro dati essenziali.
L'Italia ha oggi un sistema giudiziario palesemente inadeguato alle esigenze
della società. La disputa infinita tra magistratura e politica sta diventando,
o forse è già diventata, una controversia di potere. Di tutto si parla, fuorché
di servizio. Si dimentica che la magistratura non deve essere soltanto autonoma
e indipendente, ma autonoma, indipendente ed efficiente. Il gruppo del Mondo a
questo mirava. E questo ancor oggi noi aspettiamo.
La scuola. Anche se si lavora, non stiamo meglio in quanto ad efficienza.
L'abbandono di qualunque criterio di autorità e di meritocrazia ha ridotto nel
corso degli anni i docenti ad un ruolo subalterno e burocratico, privo di quel
prestigio sociale, se non economico, tradizionalmente riconosciuto nei decenni
precedenti alla professione. E d'altra parte, gli studenti vengono quasi
immancabilmente gratificati, al termine della loro carriera scolastica, con un
diploma spesso non corrispondente alle conoscenze acquisite e quindi poco
spendibile sul mercato del lavoro. Anche su questo i liberali del Mondo hanno
lasciato riflessioni di lunga durata che ancora non abbiamo raccolto. Si
aspetta.Infine il lavoro. L'Italia ha un tasso di disoccupazione superiore alla
media europea, con punte di particolare gravità nel Mezzogiorno e tra i
giovani. Allo stesso tempo una quota consistente della ricchezza nazionale
viene prodotta nell'economia "sommersa" da lavoratori non regolarmente assunti
e pertanto privi delle dovuta garanzie. Il Mondo aveva già individuato nella
progressiva liberalizzazione del mercato del lavoro la via per porre rimedio a
questo stato di cose. Forse non aveva immaginato che, per questa via, si
dovessero mettere in questione i privilegi dei lavoratori garantiti e trovare
nuove forme e nuovi strumenti per coloro che non lo sono. Qui pure si aspetta.
Resta la liberaldemocrazia come metodi. Su questo versante la lezione di
Pannunzio è anche più attuale.
Non solo occorre ricordare che ogni posizione, quando è contenuta nell'alveo
del civile confronto, ha una sua ragion d'essere, ma, soprattutto oggi che
siamo entrati nell'epoca del bipolarismo e dell'alternanza, è necessario
riscoprire il valore fondamentale dell'etica della responsabilità. Non sono
pochi in Italia coloro che ancora vivono la lotta politica come un contrasto
manicheo tra bene e il male, nel quale tutti gli strumenti, compresa la
violenza, possono essere legittimamente utilizzati per il trionfo della causa
"giusta".
Contro questa concezione, antidemocratica e antiliberale, occorre riaffermare,
seguendo la lezione di tolleranza impartitaci da Pannunzio, il carattere sempre
perfettibile delle soluzioni politiche di volta in volta proposte e sempre
aperto al miglioramento, almeno nel senso della correzione di tali soluzioni.
Sarebbe un grave errore ritenere che , dopo la caduta dell'impero sovietico, i
valori dell'Occidente si impongano da sé e possano difendersi da soli. Non è
così. E' un po', ma non troppo, paradossalmente mi sento di affermare che per
fortuna non è così: la storia non ha leggi che consentano di predeterminare gli
eventi. In questo senso la democrazia liberale rappresenta per tutti non un
obbligo ma una scelta, e quindi una responsabilità. A priori non si può in
alcun modo essere certi che un governo liberamente scelto dalla maggioranza
degli elettori prenda senz'altro le decisioni più sagge per il bene della
collettività e che l'insieme dei comportamenti degli individui all'interno di
un'economia libera conduca inevitabilmente alla massimizzazione del benessere
collettivo. 
E' però dalla coscienza della nostra fallibilità deve discendere anche la
consapevolezza dell'importanza dei nostri valori ed il rigetto di ogni
relativismo. Non si può essere orgogliosi di nulla, neppure della coscienza
della nostra fallibilità, se si è relativisti.. Proprio Pannunzio ci ricordava
che dalla coscienza dell'imperfezione della democrazia liberale deriva lo
spazio per sviluppare il confronto tra soluzioni differenti, nonché la
possibilità di modificare soluzioni e ricette, a cospetto della verifica
empirica dei fatti. Per Pannunzio, l'empirismo critico era l'antidoto contro le
derive totalitarie, e la garanzia del civile confronto tra le forze politiche.
Anche sotto questo aspetto il Mondo di Mario Pannunzio resta un esempio di come
la passione la passione politica possa convivere con il rispetto delle opinioni
e con un'analisi serena e scrupolosa della realtà. Quelle virtù che servono per
un Italia laica, liberale, civile, rigorosa, rispettosa. Giusto quell'Italia in
attesa che auspico e che e che mi piacerebbe vedere realizzata meglio.
Marcello Pera
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 Trentacinque
anni di vita sono un periodo di tempo su cui si misura realisticamentel'attività
di una istituzione culturale. Soprattutto sono la prova, la testimonianza,
della trasformazione di un'idea in una realtà concreta.
L'attività del Centro è stata ed è oggi ricca
di contenuti, scientifici e divulgativi, con uno spettro ampio di
temi che toccano aspetti sociali, culturali, artistici, tecnici
e - con quella che mi risulta essere una scelta molto opportuna,
compiuta recentemente - anche industriali.
Svolgere un'attività culturale a Torino e in Piemonte, dove
tante vicende sociali, economiche e produttive italiane hanno avuto
origine o sviluppo, significa comunque sempre, indirettamente o
direttamente, trovarsi a stretto contatto della realtà industriale.
Cogliere i pregi, i difetti, la dimensione stessa del fenomeno,
è un compito che auspico sia sempre più presente nelle
attività del "Pannunzio".
Sergio Pininfarina
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  Mario
Pannunzio non è stato soltanto un giornalista eminente del
primo difficile ventennio del dopoguerra italiano, ma anche e soprattutto
il rappresentante di una cultura libera, aperta, critica e riformatrice.
Il Centro che è a Torino e che si intitola al suo nome, si
ispira veramente ai suoi intenti e ne continua l'opera. È
alieno dalle iniziative culturali rumorose e transeunti e dalla
propaganda in favore di scritti e scrittori privilegiati. È
attento a sottolineare indirizzi culturali, direttive sociali che
possono veramente giovare a tutti coloro che desiderino rapportarsi
in modo fattivo all'avvenire.
Per questo suo indirizzo, il Centro "Pannunzio", che mantiene
una fisionomia peculiare rispetto ad altri innumerevoli Centri che
sono sorti in Italia negli ultimi anni, si è giustamente
conquistato la stima e la simpatia di tutti coloro che credono nella
cultura e nei suoi valori.
Nicola Abbagnano
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  La
storia del Centro è tutta nella sua attività, nello
spirito di libertà che lo ha sempre animato e nella figura
del prof. Pier Franco Quaglieni, che io conobbi studente all'Università.
Posso attestare, come suo vecchio insegnante, che fin d'allora egli
aveva sentito il fascino del "Mondo", e del suo direttore
Mario Pannunzio. A questo spirito Quaglieni è rimasto fedele,
trasfondendolo operosamente nel Centro. Sono contento della strada
percorsa fino ad oggi dal mio allievo. Da quella sua giovanile ispirazione
il Centro è nato. Non è stata un'impresa di poco conto.
Alessandro Galante Garrone
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  Il
Centro di Studi e Ricerche Mario Pannunzio, intitolato al grande intellettuale
che fu direttore del "Mondo", è l'istituzione culturale
più alta e raffinata di Torino. Un cenacolo che è espressione
di un'intelligenza modernissima ma carica di tutta l'autorità
del mondo di ieri, un laboratorio pulsante d'idee. Nei locali gremiti
di libri di Via Maria Vittoria 35h, dove è un onore tenere
una conferenza, si respira l'inconfondibile atmosfera dei templi dedicati
alle idee, delle università libere del sapere.
Guido Gerosa
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  Ricordo
quella sera primaverile del '68 come fosse ieri. Palazzo Campana era
chiuso, altre facoltà occupate. Per via Roma stava passando
uno dei soliti cortei che quasi ogni giorno a quell'ora irrompevano
nelle strade del centro con le voci giovani ed arrabbiate che rimbalzavano
sulle stupite facciate dei palazzi, i commercianti che anticipavano
di qualche mezz'ora la chiusura dei negozi, le scudisciate dei lunghi
bastoni contro le saracinesche, le stanze del giornale piene di echi
insoliti ed assordanti. Davanti a me, una voce appena un po' più
alta di tono per vincere il fracasso e le urla, un giovanissimo professore
parlava di primato della ragione e della cultura; parlava di Pannunzio
- da pochissimo scomparso - quietamente, con nostalgia e commozione.
E diceva: desideriamo che l'attività del Centro intitolato
al suo nome sia degna della tolleranza, della libertà, dell'umanità
e dello spirito laico che furono patrimonio di "Il Mondo";
intendiamo rispondere al bisogno di cultura della gente senza pregiudiziali
ideologiche, nel rispetto di ogni richiesta e di ogni convinzione;
vogliamo aiutare i torinesi a ritrovarsi insieme negli interessi comuni,
nelle loro legittime aspirazioni d'identità.
Ce
l'ha fatta il Centro "Pannunzio" a mantenere le ambiziose
promesse del suo direttore?
Io direi che ce l'ha fatta, ritagliandosi un suo spazio autonomo,
con i suoi soci che sono diventati mille, con le sue ricerche rigorose
degne della città-laboratorio, con il suo sguardo senza lenti
deformanti, con la sua ripulsa ad ogni strumentalizzazione, con il
suo intento generoso e un po' utopico di far uscire Torino da stereotipi
paralizzanti. Aperture europee, proposte culturali di ogni tipo nell'ambito
dell'unità del sapere e fuori da chiusure provinciali, conferenze
ma anche dibattiti, tavole rotonde ma anche inchieste, incontri ma
anche opposizioni a fraintendimenti interessati e a discriminazioni
operate dalla cultura del consenso.
Gabriella Poli
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 Esprimo
vivo apprezzamento per le iniziative
promosse in occasione dei trentacinque
anni di attività del Centro Pannunzio.
Ispirato all'opera del grande giornalista e scrittore, il Centro
Pannunzio ha assolto un ruolo prezioso nella diffusione e nell'approfondimento
della coscienza culturale nella società italiana.Gli
ideali di libertà, di pluralismo,
di giustizia e di progresso che caratterizzarono, con la pratica
assidua del dialogo e del confronto, l'appassionato impegno civile
di Mario Pannunzio continuano ad essere un riferimento insostituibile
per promuovere in Italia, in Europa e nel mondo il futuro del nuovo
millennio.
Nella consapevolezza che il sapere e la conoscenza sono garanzia di progresso,
rivolgo agli appartenenti al sodalizio il mio cordiale saluto augurale.
Carlo Azeglio Ciampi
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 Invio
il più vivo apprezzamento per l'opera ultratrentennale del
Centro Pannunzio di Torino, punto autorevole di ritrovo della cultura
liberaldemocratica in tempi difficili.
Il Centro ha saputo svolgere la sua funzione di animazione culturale
e civile in una città in cui le egemonie politiche dominanti
hanno cercato nel passato di opprimere ogni dissenso.
Con coraggio, con determinazione tutta piemontese, il "Pannunzio" ha
rappresentato un'isola di libertà nell'arcipelago del conformismo.
Silvio Berlusconi
Presidente del Consiglio
dei Ministri (2002)
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 Apprezzo
l'impegno con cui si programmano gli interventi del Centro Pannunzio e non
posso non darvi tutto il mio appoggio poichè condivido l'importanza di aprire
gli orizzonti della mente, arricchendo il proprio sapere, poichè è nella
conoscenza che l'uomo arriva a capire se stesso, a sentire il bisogno di
migliorarsi, prendendo coscienza delle proprie potenzialità e accettando i
propri limiti. Un sapere che va inteso nella più ampia concezione del termine,
che si irradia a tutti gli aspetti dello scibile e questa mi sembra prioprio la
filosofia della vostra Associazione di libero pensiero che apprezzo molto.
Umberto Veronesi
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