Rientrai da Milano a Roma in treno, proprio la mattina che i giornali recavano la notizia dei funerali di Mario Pannunzio con la biografia dello scomparso. Vidi un mio compagno di viaggio scorrerla distrattamente, eppoi lo udii chiedere al suo dirimpettaio: “Ma era uno scrittore così importante?”; l’altro si strinse nelle spalle: “Non so – rispose – non mi pare di avere mai letto nulla di lui”.

Quel signore si sbagliava di grosso. Di Pannunzio aveva letto moltissime cose, ma lui non lo sapeva, non poteva saperlo perché quelle cose recavano altre firme, compresa qualche volta la mia. Ebbi la tentazione di spiegarlo ai miei coinquilini. Ma pensai che Pannunzio non me ne sarebbe stato grato. Disprezzava la popolarità, non aveva mai fatto nulla per procurarsela, e fin sul letto di morte si era preoccupato di evitare ogni ostentazione disponendo che le esequie si svolgessero alla chetichella, quasi in incognito.

Pannunzio era mio coetaneo, anzi era nato qualche mese dopo di me. Eppure nella mia amicizia per lui c’era una sfumatura di reverenza: un sentimento al quale sono piuttosto allergico. Lo provai subito, fin dal primo incontro, che pure risale a tanti anni fa, quando entrambi ne avevamo poco più di venti e facevamo il nostro apprendistato nel giornalismo. Io ero fascista, allora: mi trovavo bene nell’aria sagraiola che il regime aveva instaurato, mi piacevano le uniformi e le tendopoli, mi eccitava l’atmosfera in cui ci avevano immerso di perpetua mobilitazione e di “vigilia” non si sa bene di che.

Pannunzio non partecipava a nessuno di quegli entusiasmi, della nostra generazione era dei pochissimi che fossero riusciti a sottrarsi persino all’obbligo dell’iscrizione al partito. E anche chi non condivideva questo atteggiamento di rifiuto sentiva che esso era il frutto di un carattere e di un’indipendenza superiori. Non assumeva, intendiamoci, pose censorie. Mario non è stato mai più 130 vecchio della sua età; come capita ai catoni. A vent’anni aveva vent’anni anche lui, come noi e più di noi: sia al tavolo di lavoro che all’osteria, al caffè e con le ragazze, beveva, peccava gagliardamente. Ma era proprio questo che ci disarmava. La sua lezione di libertà e d’intransigenza morale non veniva da un bacchettone in polemica con le manifestazioni gladiatorie e le liturgie guerriere del fascismo perché scartato alla leva. Veniva da un giovanottone sano e allegro che avrebbe potuto comodamente vincere anche i littoriali dello sport. Se si rifiutava di parteciparvi, non era per paura di essere bocciato.

Quanto l’esempio di Pannunzio abbia contato per tutti noi, è difficile da dire. Credo che a buttare alle ortiche quella camicia nera che ci eravamo trovati cucita addosso all’età di dieci, dodici anni, ci saremmo arrivati in ogni caso, prima ancora che la catastrofe si profilasse. Ma non c’è dubbio che il Pannunzio ci abbreviò e ci facilitò l’operazione, grazie all’ascendente che esercitava su di noi e che gli conferiva quell’indefinibile dono che si chiama “autorità”. Dovunque si trovasse, anche al night – anzi al tabarin come si diceva allora – la sua massiccia presenza si sentiva. E anche quando taceva, teneva banco. Non se ne rendeva conto probabilmente nemmeno lui. E forse a dirglielo a quell’epoca in cui l’autorità era l’appannaggio dei gerarchi, si sarebbe seccato. Ma la sua parola pesava, e al suo giudizio tenevamo. Mi ricordo quando, di ritorno dall’Abissinia, andai a trovarlo nella mia divisa di bande indigene. Mi squadrò, mi batté una mano sulla spalla, mi disse: “Ti ci sei divertito?” E di colpo mi accorsi che tutto il succo di quell’avventura non era stato altro, davvero, che un gran divertimento.

Non dovette aspettare i capelli grigi per diventare un “maestro” perché dalla nascita ne possedeva la qualità fondamentale: il disinteresse. Mario non smaniava per il successo, e non ha mai mosso un dito per procurarsene né in politica, né in letteratura (e nemmeno in giornalismo). Di suo ha scritto poco, e stupendamente, ma quasi sempre senza firma. Preferiva suggerire agli altri ciò che avrebbe potuto fare, meglio di chiunque, egli stesso. Era un suscitatore di energie, un provocatore di talenti, un Longanesi con meno estro, ma più equilibrio, rigore critico, impegno. Ecco perché – come giustamente ha ricordato Domenico Bartoli nel penetrante ed affettuoso profilo che gli ha dedicato – anche uomini molto più anziani e di molto maggior prestigio quali Croce, Salvemini ed Einaudi riconoscevano in lui il direttore d’orchestra e si mettevano volentieri sotto la sua bacchetta.

Qualcuno penserà che per assolvere questi compiti Pannunzio dovesse essere un lavoratore instancabile, un forsennato attivista indaffaratissimo a tessere la trama delle sue public relations. Era al contrario l’incarnazione della pigrizia. Lo era a tal punto che dopo l’8 settembre, avvertito da una telefonata durante la notte che la polizia era sulle sue tracce, preferì lasciarsi arrestare pur di non alzarsi da letto. Non credo che abbia mai fatto una passeggiata più lunga di cento 131 metri. Il suo problema più assillante era il parcheggio della macchina: se ne serviva anche per andare a comprare le sigarette.

Ma questa indolenza fisica non era che il contrappunto della sua vivacità intellettuale. Direttore, subito dopo la liberazione, di “Risorgimento Liberale”, ne fece il quotidiano più bello, schiccante e elegante del dopoguerra, pur con mezzi di fortuna. Come al solito, il meglio della cultura nazionale si era subito raccolto intorno a lui, che trascorreva le notti a orchestrare, imbeccare, correggere. Queste sue capacità di concentrazione si resero ancora più evidenti quando fondò “Il Mondo”, l’unico rotocalco che Longanesi – dei rotocalchi padre e maestro – abbia mai invidiato, e di cui un giorno bisognerà scrivere la storia per l’importanza che ha avuto e l’influenza che ha esercitato sull’intelligenza italiana. Senza appoggio di partiti, senza apporto di pubblicità, senza inchini a nessun interesse, senza concessioni ai malvezzi del pubblico, e quindi senza mezzi, solo giuocando sulla scelta degli uomini e sul loro talento, Pannunzio tirò avanti per anni un settimanale che anche i Paesi di più matura e raffinata civiltà giornalistica avrebbero potuto prendere a modello. Il tocco raffinato di Pannunzio si avvertiva in ogni pagina, vignetta e fotografia. Vi collaboravano firme illustri che, abituate a guadagnare centomila lire ad articolo in altri giornali, si contentavano di prenderne quindici o ventimila da lui per il piacere e l’onore di apparire al suo fianco; e giovani sconosciuti che Pannunzio aveva sbrancato col suo infallibile fiuto di talent scout.

Era un aristocratico, un uomo di élite, e quindi condannato alla solitudine, anche in politica. Aveva militato nel Partito liberale, anzi ne era stato l’anima; ma poi si era rifiutato di avallarne le propensioni conservative e n’era uscito alla testa dell’ala radicale. Il fatto è che al suo temperamento ripugnava il concetto stesso di “partito” come oggi lo si pratica col suo asfissiante centralismo. E infatti, un partito i radicali non lo furono mai. Furono, e tuttora sono, soprattutto grazie a Pannunzio, una scolta avanzata, una forza traente, un gruppo di pressione intellettuale di cui altri partiti, specie quello repubblicano, stanno per raccogliere i frutti.

È una grossa ingiustizia che Pannunzio non possa vederli. Negli ultimi tempi si era molto appartato. Non dovendo più andare nemmeno al giornale, usciva di rado. Ma era rimasto in mezzo alle cose grazie alla lettura. Si teneva al corrente di tutto: non c’era libro, rivista, autore nuovo, movimento d’arte o di pensiero che gli sfuggisse. La sua conversazione era sempre la più stimolante, i suoi giudizi sicuri e calibrati al millimetro. Ma si era un po’ immalinconito. Un giorno mi disse: “Al tempo del fascismo eravamo in pochi che diventarono sempre di più, ora siamo in pochi che diventano sempre di meno”.

Molti lo hanno accusato di una certa freddezza perché, quando si trovava in contrasto con loro, sapeva separarsi anche dagli amici più cari e andarsene per la sua strada senza voltarsi indietro. Ma io sono sicuro che questi scismi gli 132 costavano un terribile sforzo. Se appariva distaccato, è perché si imponeva di esserlo per conservare l’esatta misura di tutto e tenere sotto controllo critico anche i propri sentimenti. Era uno di quegli uomini che danno del lei anche a se stessi e non faceva concessioni a nessuno, questo è vero. Sapeva essere duro, e qualche volta lo è stato anche con me.

Ma è proprio questo che ora mi manca. Non ci vedevamo spesso perché le nostre abitudini erano inconciliabili: io sono podista, e lui era sedentario, io vivo di giorno e lui di notte. Ma la sua esistenza mi rassicurava. Sapevo che, nel caso di una difficile scelta, avrei potuto rivolgermi a lui, come tante volte ho fatto. Perché Pannunzio era qualcosa di più che un amico; era la mia coscienza. Anzi, credo che lo sia stato di tutta la nostra generazione.


Indro Montanelli
(Corriere della Sera”, 18 febbraio 1968)

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