Benedetto Croce

Trarre un bilancio dell'opera di Benedetto Croce e della sua importanza storica e culturale non è oggi problema di facile soluzione.

Pesa ancora in modo determinante l'anti-Crocianesimo preconcetto che tentò di disconoscere in blocco il valore del filosofo, senza tuttavia essere riuscito a superarne l'insegnamento. Parlare di Croce per lunghi anni è stato quasi impossibile, a meno di vedersi appiccicata addosso l'etichetta di "passatisti" e di "provinciali", vittime di un idealismo colpevole, tra l'altro, di tutte le arretratezze della cultura italiana di quasi un cinquantennio.

Si è preferito lasciare Croce nel limbo della dimenticanza o nell'inferno dei giudizi sommari, spesso riconducibili a slogan frettolosi e superficiali.

Ad oltre trent'anni dalla morte del filosofo non sono ancora maturate le condizioni storiche per un migliore intendimento della sua opera, ma forse si può già avvertire qualche segno di speranza. I cosiddetti "superatori" del Crocianesimo mostrano di aver dato vita ad una moda culturale più che ad un vero superamento dell'opera di uno dei protagonisti della cultura italiana di questo secolo.

Oggi, forse, possiamo incominciare a rifare i conti con Croce, anche tenendo presente il fatto incontestabile che troppo spesso - come ha osservato Gennaro Sasso - al tentativo di esorcizzare il nome di Croce ha sovente corrisposto un Crocianesimo più volto a difendere delle posizioni che non a svilupparle, adattandole ai tempi.

Si potrebbe parlare di Croce e dei suoi multiformi interessi di filosofo, storico, critico letterario, uomo politico. Ne verrebbe fuori - nel bene e nel male - una storia intellettuale e civile dell'Italia del primo cinquantennio di questo secolo: basterebbe forse sfogliare le pagine della "Critica", la rivista che Croce compilò con pochissimi collaboratori ininterrottamente dal 1903 al 1944 per ricavare un "iter" intellettuale particolarmente suggestivo. Dalle prime battaglie crociane contro le degenerazioni volgari del Positivismo al fermo impegno contro le spinte irrazionali e decadenti, è già riconoscibile l'opera di Croce, intesa ad aprire la cultura italiana a nuove esperienze, alternative sia all'ingenuo materialismo positivistico sia all'estetismo malato e decadente.

Ma soprattutto credo che oggi - al di là di alcuni aspetti che meriterebbero da soli ben altri approfondimenti - Croce debba essere visto alla luce di un problema che continua ad appassionarci proprio perché non trova soluzioni convincenti, quello del rapporto tra politica e cultura.

POLITICA E CULTURA: L'IMPEGNO PER LA VERITA'

Per anni siamo stati abituati ad ascoltare intellettuali di cartapesta che hanno sostenuto il primato della politica sulla cultura, anzi hanno visto in quest'ultima un'ancella della prima. Oppure - se riandiamo al passato - per troppo tempo abbiamo dovuto registrare la presenza in Italia di un intellettuale accademico, che, chiuso nella sua torre d'avorio, pretende di continuare a vivere avulso dalla società, maneggiando, come scrisse Croce, "concetti morti e spoglie aride".

Nel primo caso, parliamo di un atteggiamento dottrinario che mortifica la figura dell'intellettuale, non più ricercatore di verità, ma operatore politico-sociale o, addirittura, fanatico attivista che si ispira in modo rozzo e volgare alla tesi del giovane Marx secondo cui i filosofi devono cambiare il mondo più che studiarlo e interpretarlo.

Abbiamo così avuto quello che Julien Benda chiamò il "tradimento dei chierici" che si sono via via lasciati asservire agli interessi della politica, mettendo in subordine il valore della ricerca della verità.

Rileggendo Croce attraverso questa chiave interpretativa, è forse possibile ricavare qualche motivo di riflessione non obsoleta, anzi di impressionante attualità. Voglio qui ricordare un episodio che mi sembra significativo. In occasione della prima guerra mondiale, di fronte a cui manifestò il suo neutralismo, a chi gli obiettava che la patria in pericolo esigeva anche il sacrificio della verità, Croce rispose che "storcere la verità e improvvisare dottrine..." non poteva configurarsi affatto come un servigio reso ma come un disdoro arrecato alla patria, che deve poter contare sulla serietà dei suoi scienziati, come sul pudore delle donne".

La falsa scienza, cioè la scienza inquinata dalla politica, secondo Croce, falsifica sé stessa e fa sì che all'intera società venga sottratta una provvista di forza che le è necessaria come il grano e il ferro, perché è la provvista della verità.

Per altro, Croce dimostrò con i fatti cosa potesse significare concretamente l'impegno politico per un intellettuale.

Basterebbe ricordare il manifesto degli intellettuali anti-fascisti del 1925 scritto da Croce per denunciare l'incombente dittatura, il discorso in Senato contro il Concordato del '29, il lavoro politico di ministro per la Pubblica Istruzione dell'ultimo governo Giolitti e, infine, il contributo al governo ed al partito liberale dopo il 1943.

Ma questo impegno non ha impedito a Croce di restare sé stesso, anzi l'impegno è diventato conseguenza necessaria del suo lavoro di uomo di cultura libero da ogni forma di condizionamento.

Forse sarebbe davvero ora che le opere di Croce ritornassero dalla soffitta alla biblioteca e soprattutto andassero nelle mani di chi voglia rendersi conto di persona di ciò che Benedetto Croce abbia rappresentato per la cultura del '900, al di là delle formulette riduttive o degli studiati silenzi di chi ritenne con arroganza sprezzante di aver seppellito insieme a Croce anche il suo pensiero.

PENSIERO E AZIONE

Croce non fu un intellettuale chiuso sotto una campana di vetro, o, come è stato detto, che assurge ad un olimpico distacco dalla realtà fino a inaridire, se non a distruggere, i contatti con il mondo. Per comprendere Croce, bisogna riandare alla concezione che egli ebbe dei rapporti tra teoria e pratica, tra pensiero ed azione.

Egli tende a distinguere queste due sfere, mentre oggi, troppo spesso, si sostiene una sorta di indistinto tra politica e cultura che ci disorienta. In effetti non tutto è cultura, così come non tutto può essere ricondotto alla politica, determinando le confusioni ed i pasticci in cui siamo ancora impantanati.

L'indistinzione, come ha scritto Croce, finirebbe di distruggere pensiero ed azione, perché il pensiero cesserebbe di essere ricreatore di verità e l'azione stessa, non illuminata dalla verità, diventerebbe puro attivismo.

Distinguere pensiero ed azione, cultura e politica non significa per Croce escludere un rapporto, ma impedire la confusione che generano l'acriticità di una cultura asservita alla politica e un impegno politico non rischiarato dall'onestà intellettuale. Questa concezione della cultura non pone quest'ultima nell'iperuranio, fuori e al di sopra della vita, perché la cultura è fatalmente stimolata dalla vita pratica, anzi ne trae alimento. Ha scritto Croce: "Poniamo che io uomo di contemplazione volessi distaccarmi dalla vita politica ed economica. e farmi verso di lei chiuso ed indifferente; donde prenderebbero poi alimento i miei pensieri?"

Staccandosi dalla realtà, si crea l'Arcadia che non produce nulla di vivo, si è, per dirla con Croce, più "puri", ma più "vuoti".

La vera cultura non impone di collocarsi al di fuori del mondo, anzi richiede di immergervisi, riuscendo poi ad innalzarsi, rispetto alle passioni contingenti, in una sfera più alta.

LA PAURA DI CROCE

A tanti anni dalla morte di Croce alcune verità sul suo pensiero debbono essere dette soprattutto ai giovani che nella scuola non hanno modo di conoscerne l'opera. Il suo nome resta quasi uno spauracchio e troppi allievi dei nostri licei, per non dire delle nostre università, a mala pena sanno della sua esistenza.

La generazione dei cinquantenni è ancora imprigionata nel mito dell'anti-Croce e non è riuscita a trovare un superamento che significhi un sereno confronto con il Crocianesimo: le nuove leve di insegnanti rifiutano "a priori" - senza neppure tentare di misurarsi con esso - il discorso crociano.

Il marxismo, lo strutturalismo, la semiologia sono il nuovo "vangelo", quasi fosse possibile saltare a piè pari cinquant'anni di cultura crociana che ha lungamente condizionato (ma anche arricchito e vitalizzato) la nostra vita intellettuale e civile.

Sembrano ormai lontani i tempi in cui un Sapegno o un Russo cercavano di mediare Croce e Gramsci, attraverso una rigorosa verifica del magistero crociano, nel solco di una sostanziale coerenza storicistica.

Oggi Croce è come se non fosse neppure esistito. E' un dato di fatto che ha radici nella faziosità, nell'improvvisazione, e in alcuni casi, nell'ignoranza.

Dopo oltre trent'anni di polemiche e di oblio, mi sembra necessaria una verifica che vada oltre le agiografie mitizzanti, le stroncature interessate e gli imperdonabili silenzi. Se non si giunge ad una sintesi, ad un ripensamento più sereno dell'opera di Croce (ed anche di Gentile), è lecito pensare che non si sia andati oltre, anzi che si abbia paura del confronto, dell'analisi seria e spregiudicata, della stessa ricerca della verità.

 
  Pier Franco Quaglieni