Carlo Antoni
Appena uscito dal liceo conobbi Francesco Compagna; ero stato un precoce
lettore del "Mondo" che mi aveva consentito di sopravvivere in una scuola di
preti, dandomi settimanalmente una boccata di ossigeno laico. Ero anche andato
a rileggermi le annate precedenti, trovandovi tanti nomi importanti: Croce,
Salvemini, Einaudi, Ernesto Rossi.Debbo dire che la mia simpatia di adolescente
era tutta rivolta ad Ernesto Rossi, il polemista implacabile, il reduce delle
carceri fasciste, il teorico, con Spinelli, del federalismo europeo.
Fu proprio Compagna ad indicarmi un nome in più per comprendere il
liberalismo di Pannunzio. "Se vuoi capire Pannunzio - mi disse - devi passare
anche attraverso Carlo Antoni". A me giovane universitario, affascinato dalle
lezioni di Abbagnano e di Garosci - i primi maestri laici che incontrai sul mio
cammino -, appena uscito da un liceo in cui il neo-tomismo di Sciacca sembrava
essere la filosofia per antonomasia, il nome di Antoni era del tutto
sconosciuto, così come assai poco poteva dirmi persino quello di Croce, se
eccettuiamo le scarse letture fatte per conto mio, quasi clandestinamente.
Solo qualche tempo dopo riuscii a capire l'importanza di Antoni, dopo aver
studiato adeguatamente Croce.
Tre suoi libri, "La lotta contro la ragione", "Dallo storicismo alla
sociologia", "Commento a Croce", furono tra gli antidoti che mi consentirono di
passare quasi indenne attraverso il '68 senza subire le ubriacature ideologiche
e sociologiche, allora tanto di moda.
Carlo Antoni (1896-1959), fu -
come ha osservato Giuliano Urbani nell'introduzione ad un saggio sulla libertà
indivisibile, comparso nel 1966 sulla Biblioteca della Libertà (saggio
in cui veniva ripresa e ricomposta la famosa polemica tra Croce ed Einaudi
sulla distinzione fra liberalismo e liberismo) - "tra i filosofi italiani di
scuola crociana senz'altro una delle figure più rilevanti ed innovatrici
rispetto allo stesso pensiero del maestro".
Se è vero che, alla morte di Croce, Antoni scrisse che la seconda metà del
secolo cominciava senza filosofi, è altrettanto vero che il pensiero di Antoni
rappresentò una prosecuzione ed uno sviluppo originale del crocianesimo, non a
caso, crociani di scuola come Alfredo Parente non videro mai di buon occhio
Antoni.
In modo particolare, la "filosofia dei distinti" fu una delle parti del
crocianesimo più discusse perché - come ha scritto Matteucci - "lasciava troppi
dualismi (pensiero ed azione) e si riduceva ad una filosofia su quattro parole:
bello, vero, utile, buono".
Un contributo determinante al chiarimento del problema fu dato da Antoni
che, cogliendo la debolezza della dialettica dei distinti (che poneva in
pericolo l'unità concreta dello spirito, malgrado la "circolarità"), cercò di
porvi rimedio integrandola con il concetto di gradualità: in ogni coscienza
individuale e nella sua attività lo spirito è sempre presente totalitariamente,
ma non tutte le sue funzioni operano in ciascuno con la medesima intensità.
Carlo Antoni fu una delle "colonne" del "mondo" (oltre cento furono i suoi
articoli) e, insieme a De Caprariis, egli dimostrò che il costante richiamo del
settimanale a Croce non fu mai scolastico, letterale, esclusivista, come ha
scritto giustamente Giuseppe Galasso.
Antoni è stato una delle figure più eminenti ed aperte del liberalismo
italiano. Egli riuscì a cogliere - ha osservato Paolo Bonetti - anche "le
profonde consonanze tra un socialismo non statalista e non burocrarico (.) e i
valori fondamentali della tradizione liberale, tutta tesa a salvaguardare la
spontaneità della vita sociale dalle intrusioni soffocatrici di un potere
politico dirigista e puritano".
Spiace, a questo riguardo, che nella Storia delle idee politiche economiche
sociali diretta di Firpo nel pur pregevole saggio di Valerio Zanone dedicato al
liberalismo moderno non compaia il nome di Carlo Antoni.
Infatti - come ha ricordato Manlio Del Bosco - un "grande contributo al
dibattito sulle esigenze della società contemporanea, sul problema tra libertà
ed eguaglianza, fra individuo e massa fu dato da Antoni che, andando oltre il
pensiero di Croce, tentava di conciliare la libertà dell'uomo con le necessità
economiche". Egli parlava, a questo proposito, di un "liberalismo attivo
liberatore" perché "le richieste sociali del nostro tempo sono anche richieste
liberali, perché il momento economico è momento vitale di ognuno e va
riconosciuto e difeso proprio perché universalmente umano".
Antoni, dunque, partendo da premesse crociane, auspicava una società in cui
fosse tutelata la libertà e l'autonomia del singolo, ma nello stesso tempo,
procedendo anche oltre Croce, avvertiva la necessità di un intervento dello
Stato nella vita sociale per soddisfare le esigenze insopprimibili di
eguaglianza degli uomini.
Di fronte al dissolversi degli stilemi
ideologici che si dimostrano sempre più astratti e velleitari, il
pensiero di Antoni si rivela oggi di una sorprendente attualità. La
sua è una lezione da rimediare perché troppo presto è stata
accantonata dalla miope faziosità di chi preferiva affidarsi alle
facili formule ideologiche piuttosto che alla ricerca critica e alla
pacata riflessione sui problemi reali della società.