Francesco Compagna
Napoli ha tributato nel luglio 1982 una grande testimonianza a Francesco
Compagna: ai suoi funerali non c'erano solo le autorità, con a capo il
presidente del Consiglio ed il sindaco, ma anche il più genuino popolo
napoletano; una manifestazione particolarmente significativa per questo
"illuminista" che attraverso la sua rivista, "Nord e Sud" (di altissimo livello
e quindi pochissimo letta, come ha scritto Montanelli), si è battuto con
tenacia e con intelligenza per il Mezzogiorno e per la sua rinascita.
Compagna è stato un degno continuatore di quel filone meridionalista che si
richiama a Fortunato, a Salvemini e a Dorso, ma in lui è sempre stata viva e
presente anche la lezione di Benedetto Croce, di cui, fino all'ultimo, si è
sentito allievo.
In tempi in cui dirsi "crociani" significava farsi considerare dei fossili
sopravvissuti, Compagna ha coraggiosamente rivendicato la sua ascendenza
crociana, anzi ha parlato, con toni spesso polemici, di quella "sbornia
sociologica" che ha caratterizzato la cultura dei tardi Anni Sessanta e di
tutti gli Anni Settanta e contro cui Croce aveva levato per primo la sua
critica ferma e decisa.
E' difficile sintetizzare l'opera di Francesco Compagna perché egli ha
saputo spaziare dall'insegnamento universitario alla pubblicistica politica e
culturale, dall'impegno parlamentare e di governo alla ricerca scientifica in
un settore particolarmente importante per il Sud, quello della geografia
politica ed economica.
Ma soprattutto, per chi ha avuto la fortuna di essergli vicino, Francesco
Compagna resterà nella memoria come un amico incomparabile. Ricordo le serate
romane trascorse in sua compagnia nell'ospitale casa di Arrigo Olivetti,
insieme ad altri amici, ormai tutti scomparsi: Franco Libonati, Leone Cattani,
Nicolò Carandini. Mi volle collaboratore di "Nord e Sud" ed ho potuto sempre
contare sul suo appoggio, sul suo consiglio, sulla sua amicizia.
Che differenza tra il politico di professione e questo aristocratico
napoletano che si era votato, senza demagogie e senza tornaconti personali,
alla battaglia meridionalista.
Il suo non era un impegno fatto di slogan per imbonire le folle dei
diseredati meridionali, ma nasceva dallo studio serio e meditato dei problemi
che, per dirla con Giustino Fortunato, caratterizzavano, e purtroppo continuano
a dividere, le due "Italie".
E' morto improvvisamente nel pieno del suo lavoro alla presidenza del
Consiglio, come principale e diretto collaboratore di Giovanni Spadolini: era
una vecchia amicizia, nata nelle stanze disadorne della prima redazione del
"Mondo" di Pannunzio. Nella raccolta di saggi intitolata "Meridionalismo
liberale", Compagna parla della sua battaglia, richiamandosi "all'eresia
socialista di Salvemini e al liberalismo puro e duro di Pannunzio".
E' stato un intellettuale che si è dedicato, specie negli ultimi anni, assai
intensamente alla politica. Ma è sempre riuscito a salvaguardare, pur militando
in un partito e ricoprendo cariche di governo, una sua autonomia, a restare un chierico
che non tradisce, se posso parafrasare il titolo del libro di Benda.
E' riuscito a distinguere ed a legare insieme politica e cultura, ben
sapendo che le leggi della prima sono diverse da quelle della seconda, ma che
non è neppure possibile tenere assolutamente separati i conti di chi pensa e
agisce politicamente.
Di lui resta un insegnamento meritevole di essere continuato ed
approfondito, nel rispetto di una coerenza che Compagna ha saputo mantenere in
tutto il corso della sua intensa ricerca culturale e del suo infaticabile
impegno civile.