Franco Libonati
Scalfari nel suo libro "La sera andavamo in via
Veneto" ripercorre la storia del "Mondo" di Pannunzio, cercando in
ogni modo di appropriarsi di quella grande eredità. Ma, a leggere con attenzione, egli ironizza sul gruppo
degli amici del "Mondo", di cui fu parte marginalissima,
tentando di sminuire l'importanza di quegli uomini che pure, bontà sua,
identifica - spero senza ironia - nell' "Italia dei
galantuomini".
Una
delle più vistose deformazioni scalfariane riguarda Franco Libonati,
"una specie di Sancho Panza del gruppo, l'uomo del buonsenso e della
tolleranza, avvocato meridionale, scarpe pinguino bianche e blu su
pantaloni chiarissimi, lobbia Borsalino, ombra fedele di
Pannunzio.".
Arrigo Benedetti, che
aveva davvero vissuto quell'esperienza con una totale vicinanza
ideale e morale con Pannunzio, così parlò, una volta, di Libonati:
"Era di formazione storicistica, prudente e scettico, un
intellettuale del Sud, una specie di Swann della
nostra ricerca politica". In un certo senso, le due testimonianze
sembrano coincidere, ma se si analizzano confrontandole con cura, ci
si accorge come quella di Scalfari tenda a costruire anche di
Libonati una specie di macchietta.
Eppure Libonati ebbe un'importanza non solo
nell'esperienza del "Mondo" e del partito radicale di cui fu uno dei capi insieme a
Carandini e a Cattani. Nella Resistenza era stato uno
degli animatori del risorto partito liberale ed era stato
a fianco di Pannunzio, già all'epoca di "Risorgimento liberale",
fin dal periodo clandestino.
Avrebbe avuto davanti a sé una facile carriera
ministeriale: seppe rifiutarla, pur di rimanere fedele a certi
ideali.
Quando
l'editore Mazzocchi pensò di dover abbandonare "Il Mondo", una
testata difficile, Libonati assunse la presidenza della nuova
società editrice del giornale.
Nel suo studio di avvocato che si affacciava su piazza
di Spagna (dove tante volte mi recai per chiedergli consiglio quando
nacque il Centro "Pannunzio") si fecero scelte decisive per il
gruppo degli amici del "Mondo". La scissione radicale nacque, di
fatto, in quelle stanze.
Libonati sapeva però rimanere nell'ombra perché era un
uomo del tutto privo di ambizioni. Forse era disincantato e persino
un po' scettico, come diceva Benedetti, ma era anche un uomo di
vasta cultura giuridica e politica, che aveva la capacità di
assumersi responsabilità gravi e concrete in prima persona,
svolgendo un ruolo - come ha scritto Paolo Bonetti - "discreto ma
importantissimo".
Scorrendo le annate
del "Mondo", a volte si ritrovano i suoi articoli. In diciotto anni
essi sono appena 31, ma tutti sempre molto lucidi, puntuali,
documentatissimi. Scorrendo gli Indici
del "Mondo", si nota una particolare insistenza da parte di Libonati
sul tema della censura e sulla necessità della sua abolizione. Altri
due articoli riguardanti il finanziamento dei partiti andrebbero
oggi ripubblicati ad uso e consumo di chi si raddoppia, sic et
simpliciter, i miliardi che lo Stato dà ai partiti, senza far nulla
per risolvere la questione morale.
Quasi
profeticamente Franco Libonati già nel 1963 scriveva: "Se veramente
si credesse di poter eliminare, con il finanziamento da parte dello
Stato, i finanziamenti dei privati, singoli o associazioni, e di
Enti pubblici, va da sé che la via proposta non raggiungerebbe
certamente lo scopo prefisso (.). Si otterrebbe anzi l'effetto
opposto: i partiti, forti del finanziamento dello Stato,
troverebbero più facile chiedere o addirittura imporre contributi a
privati ed a Enti, degradandosi così a strumento per procacciare
mezzi finanziari". Nel pezzo di Libonati non compariva la parola
"tangente" solo perché, allora, non era ancora di moda.
Questo
lucido avvocato meridionale sapeva affrontare i problemi nella loro
concretezza con una lungimiranza che dovrebbe scuotere dal sonno del
conformismo certi laici che si limitano occasionalmente ad agitare
la questione morale nell'illusione di raccogliere qualche voto in
più. La sua è un' "ombra" - per usare l'espressione di Scalfari -
che rappresenta un inquietante richiamo ad una classe politica
sempre più straripante di disinvolti carrieristi "rampanti" e senza
ideali.
Franco
Libonati ha saputo coniugare insieme passione civile, cultura,
disinteresse ed umiltà, senza essere un ingenuo sognatore di utopie.
La sua lezione non andrebbe dimenticata, se si volesse ripensare
seriamente alla dignità della politica e della
cultura.