Rosario Romeo
Vittorio De Caprariis lo considerava il migliore storico
della sua generazione, quella immediatamente successiva a Chabod.
Insieme a Franco Venturi, il grande storico dell'Illuminismo e del
Settecento riformatore, Rosario Romeo è stato in effetti uno dei
pochissimi storici italiani di questo ultimo quarantennio che abbia
avuto respiro e risonanza davvero internazionali.
Altri hanno scritto, nei giorni successivi alla sua morte,
della sua attività di storico e di "intellettuale intero, senza
censure tra impegno culturale e impegno civile", come ha detto
Spadolini. Molti hanno insistito sulle battaglie "controcorrente" di
Romeo che seppe con assoluta fermezza resistere alle ubriacature
della demagogia sessantottesca. Nessuno, forse, si è soffermato in
modo adeguato a ripensare alla sua opera di storico del
Risorgimento, rivedendola nella sua globalità, al di là delle
singole opere.
Eppure Romeo resterà uno dei punti di
riferimento fondamentali se non conclusivi (la storia cresce su sé
stessa, ponendo di continuo il problema di riscriverla) della
storiografia risorgimentale.
Già alla fine degli Anni Cinquanta,
Walter Maturi aveva perfettamente colto l'importanza di Romeo nelle
sue Interpretazioni del Risorgimento, anche se collocandolo "tra Marx e Croce", aveva
sottovalutato il peso e il significato della presenza di Romeo nella
storiografia italiana con una definizione che già allora appariva
riduttiva. Romeo, nelle sue riflessioni sul Piemonte sabaudo e sul
travagliato e complesso processo di unificazione, nella sua
meticolosa ed originale ricostruzione storica della figura di
Cavour, ha scritto pagine che sono il punto di arrivo di un lungo dibattito a cui la sua
ricerca, per ora, ha posto la parola fine. Si è trattato di una
disputa storica che si rivela oggi, rapportata a Romeo, piuttosto
angusta: dalla storiografia acriticamente esaltatrice del
Risorgimento si è passati alla negazione polemica del mito della
formazione dello Stato nazionale, visto da Gramsci come rivoluzione
sociale mancata. In questo quadro anche il Risorgimento senza eroi di Gobetti, malgrado
avesse più un intento di ricerca che di contestazione, come osservò
finemente Venturi, non è esente da ingenuità e difetti. Prima di
Romeo, tra le varie interpretazioni del Risorgimento, le più lucide
e vive restano ancora, tutto sommato, quelle di Omodeo, Salvatorelli
e Chabod. Un capitolo a parte meriterebbe, ovviamente, lo "storico
delle opposizioni", Giovanni Spadolini.
Tuttavia la tesi di Gramsci ha di fatto
egemonizzato per molti anni gran parte degli storici italiani:
Giorgio Candeloro, ad esempio, è arrivato a scrivere che "partendo
dalla riflessione gramsciana, è possibile raggiungere una visione
comprensiva e scientificamente corretta del Risorgimento", forse
dimenticando l'origine pratica degli scritti
gramsciani, che non possono certo surrogare la ricerca d'archivio
che è alla base di ogni serio lavoro storico.
Romeo, dicevamo, si staccò nettamente
dai clichè interpretativi finn dall'inizio, anche se egli si formò
alla scuola crociana, arricchendosi inoltre del magistero di Volpe,
Valeri e Chabod.
Nel 1950 il suo Risorgimento
in Sicilia
venne infatti aspramente criticato dal crociano Panfilo Gentile sul
"Mondo" perché considerato in odore di eresia a causa dell'interesse
dimostrato da Romeo per la storia economica e sociale, vista
ottusamente da Gentile come un monopolio della storiografia
marxista.
Qualche anno dopo, con il volume Risorgimento
e capitalismo,
Romeo aprì coraggiosamente il dibattito sulla tesi gramsciana della
rivoluzione mancata, dimostrando come essa fosse più ideologica che
storica.
Bastano questi due richiami per
comprendere l'originalità di Romeo, che si rivela laicamente
"trasversale" rispetto alle codificazioni scolastiche. Come ha
scritto Renzo De Felice, Romeo è sempre stato ostile "ad ogni via
breve escogitata per eludere i problemi".