Vittorio De Caprariis
Vittorio De Caprariis è un nome poco noto al grosso pubblico, forse anche a
causa del fatto che lo storico avellinese morì ad appena trentanove anni,
stroncato nel suo pieno fervore intellettuale. Le sue opere sono divenute assai
presto introvabili: il suo libro postumo Le garanzie della libertà, ad
esempio, che raccoglie gli scritti più significativi pubblicati su "Il Mondo" e
"Nord e Sud", mi venne donato da Francesco Compagna perché non mi fu possibile
reperirlo nelle librerie. De Caprariis meritava, per altro, ben diversa
attenzione ed un editore siciliano ha da poco ricominciato a pubblicare i suoi
scritti, oltre che gli atti del convegno che su di lui si tenne all'Università
di Messina nel 1984. Si tratta di un atto dovuto, potremmo dire, dopo troppi
anni di ostracismo da parte di ci aveva pensato che Gramsci, l'anti-Croce,
avesse definitivamente posto la parola fine alla cultura di matrice crociana e
liberale.
Infatti De Caprariis è una delle figure-chiave della cultura laica del
dopoguerra, non solo per le opere storiche che scrisse: ricordiamo, a questo
proposito, lo studio sul Guicciardini e quello fondamentale sul pensiero
politico francese durante le guerre di religione. Come annotò Francesco
Campagna - l'amico che forse gli fu più vicino - De Caprariis è stato anche un
giornalista politico, uno dei pochi che "hanno smentito, con la loro attività,
il pigro alibi della semplificazione ad uso del pubblico, e che non hanno mai
dato segni di insofferenza moralistica nei confronti delle vicende politiche
che dovevano commentare, anche quando queste si presentavano deludenti, o
grigie, o semplicemente meno suggestive di come si erano immaginate".
Era uno storico "imprestato" al giornalismo, se vogliamo; cioè un
giornalista corazzato di cultura storica che non si perde nel labirinto del
presente, ma riesce ad orientarsi, a trovare il filo di Arianna che gli
consente di capire, prima di scrivere e giudicare.
Simili a lui in questo senso, ho conosciuto soltanto Salvatorelli e
Spadolini, anch'essi storici e giornalisti, sempre attenti al presente, ma
capaci di problematizzarlo come solo può fare chi possiede "il senso della
storia", per dirla con Omodeo.
Nell'unica prefazione che scrisse in vita sua e che dedicò proprio al già
citato libro postumo di De Caprariis, Mario Pannunzio osservava: "non ha
esitazioni, lui che ha trascorso quindici anni sui testi del Guicciardini, di
Erasmo e di Saint-Evremond, a trattenersi sulla questione della legittimità dei
funzionari di partito ad assumere
cariche pubbliche o sul problema del cannibalismo di lista nelle elezioni
politiche".
Già nel 1959 - ha ricordato Giovanni Spadolini - De Caprariis seppe
individuare alcuni dei mali più gravi del nostro sistema politico: squilibrio
tra potere esecutivo e potere legislativo, inefficienza del Parlamento,
interferenza della politica nell'amministrazione e dell'amministrazione della
politica, degradazione degli organi di partito, prepotere di occulte influenze,
sfrenata libidine di potere dei monopoli privati e pubblici, partitocrazia,
governo degli apparati, inadeguatezza degli attuali sistemi elettorali.
Si tratta di problemi ancora aperti, anzi che si sono aggravati e sono
diventati nel corso degli anni i nodi da sciogliere per salvare la democrazia
italiana e le sue istituzioni da una lenta ma fatale decadenza. Eppure,
rilevava Pannunzio, De Caprariis, da severo storicista non credeva affatto
nelle "città felici" e non si proponeva di preparare "liste per le trattorie
dell'avvenire".
Allievo di Croce e di Chabod, egli seppe mantenere inalterata la su fedeltà
al grande insegnamento del filosofo e storico napoletano, pur in un continuo
sforzo di originalità personale. Gennaro Sasso ha osservato anni fa che di
fronte all'astiosa negazione del loro valore, le posizioni crociane furono "più
difese che studiate". De Caprariis - contrariamente a quanto afferma Ruggiero
Romano - fu l'unico, insieme a Carlo Antoni, che comprese la necessità di
svilupparle e di attualizzarle, pur rimanendo nel solco tracciato da Croce.
Era davvero ora che si gettasse una pietra nella stagnante palude del
conformismo anticrociano e che Vittorio De Caprariis, ad oltre vent'anni della
sua morte, incominciasse ad essere ripubblicato e soprattutto ristudiato per
quello che davvero è stato nella cultura italiana di questo dopoguerra.