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Organi Dirigenti

Presidente Alan Friedman

Alan Friedman (New York, 30 aprile 1956) è un giornalista, autore, produttore e conduttore televisivo, oltre che autore di best seller dell’economia e politica.

Laureatosi alla New York University (NYU), ha studiato alla London School of Economics and Political Science (LSE), e alla John Hopkins University School of Advanced International Studies (SAIS) di Washington.

È stato una delle più autorevoli firme del Financial Times dal 1979 al 1993, prima a Londra dal 1979 al 1983, quindi corrispondente dall’Italia (1983-1989), e dagli Stati Uniti (1989-1993). Vincitore per ben quattro volte del British Press Award (equivalente inglese del Premio Pulitzer). È l’unico giornalista americano ad avere ricevuto la Medaglia d’onore dal Parlamento italiano nel 1997. Nel 1987 ha vinto il Premio Trento come miglior corrispondente estero in Italia. Fra i suoi scoop il caso Iraqgate, lo scandalo che travolse la Banca Nazionale del Lavoro (BNL) e dimostrò il coinvolgimento della Casa Bianca e la CIA nella vendita di armi a Saddam Hussein.

In seguito è stato Global Economy correspondent dell’International Herald Tribune, e ha anche scritto per il New York Times dal 1994 al 2003. Global Economy columnist del The Wall Street Journal Europe dal 2003 al 2005.

Agli inizi della sua carriera, fu giovanissimo collaboratore dell’amministrazione del presidente Jimmy Carter. In questi ultimi dieci anni è stato produttore di programmi televisivi sull’economia e la politica e anche consulente di capi di governo in Asia e Medio Oriente, oltre che di organizzazioni internazionali come l’ONU per la strategie di comunicazione e la politica economica.

Opinionista e commentatore dell’economia fra i più stimati in Europa, ideatore e conduttore televisivo, molto popolare in Italia, dove ha collaborato a lungo con Rai3, Rai2, Sky TG24 e La7.

La sua carriera televisiva comincia agli inizi degli anni Ottanta, con regolari apparizioni sulla BBC Newsnight. Nel 1991 e 1992 ha preso parte con Ted Koppel al programma di giornalismo investigativo ABC Nightline, con una serie di dodici puntate co-prodotte dalla ABC TV e dal Financial Times sullo scandalo delle armi americane vendute all’Iraq con il coinvolgimento del governo americano e la Banca Nazionale del Lavoro (BNL).

Nel 1998 ha avuto un ruolo di primo piano nella nascita del nuovo canale Rai di news, Rainews24, lavorando con Roberto Morrione e Michele Mezza. Dalla joint venture fra Rai e International Herald Tribune nasce nel 1999 la coproduzione di Pianeta Economia/World Business.

Dal 1999 al 2004 è stato presidente dell’International Herald Tribune TV.

Dal 1996 al 2000 ha ideato assieme a Giovanni Minoli e Myrta Merlino e condotto per Rai3 Maastricht Italia, un programma di economia che ha avuto una media di ascolti intorno a un milione e duecentomila persone. In seguito ha ideato e condotto Mr. Euro su Rai3, I vostri soldi su Rai2.

Come anchor dell’Alan Friedman show, un talk show su Sky TG24 in Italia, e con Rupert Murdoch, Tom Mockridge e Emilio Carelli ha lavorato nel disegno e lancio del canale SKY TG24 nel 2003. Il team di Alan Friedman, compreso il capo della sezione economica, Sarah Varetto, ha poi prodotto nove programmi settimanali per SKY TG 24 e SKY SPORT tra il 2003 e il 2006.

Nel 2009 Friedman ha ideato e condotto, con Barbara Gubellini, La Nuova Via Della Seta su La7, una serie di documentari sulla Cina e India ed altri paese emergenti.

Nel febbraio 2014 esce Ammazziamo il Gattopardo, edito da Rizzoli. Il saggio ha venduto 160.000 copie in 9 diverse edizioni ed è stato insignito del Premio Cesare Pavese.

Al libro si ispira ad Ammazziamo il Gattopardo: Il Gioco del Potere, una produzione televisiva realizzata insieme al Corriere della Sera e andata in onda su La 7 in seconda serata dal 19 giugno al 24 luglio 2014. Nel corso delle sei puntate, Friedman ha intervistato cinque ex primi ministri (Massimo D’Alema, Mario Monti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Giuliano Amato) e il premier in carica Matteo Renzi.

I libri di Alan Friedman

Gianni Agnelli and the network of Italian power (Harrap, 1988), uscito in Italia per Longanesi con il titolo Tutto in famiglia (1988), oltre che in nove diverse altre edizioni, fra le quali segnaliamo la New American Library e Planeta.

Ce la farà il capitalismo italiano (Longanesi 1989).

Spider’s Web: The Secret History of How the White House Illegally Armed Iraq (Bantam 1993), uscito in contemporanea in Italia per Longanesi con il titolo La madre di tutti gli affari, e in Inghilterra per Faber and Faber.

Il Bivio. L’italia a metà strada tra crisi e transizione (Longanesi 1996).

Ammazziamo il Gattopardo (Rizzoli, 2014).

My Way. Berlusconi si racconta a Friedman (Rizzoli, 2015).

Questa non è l'America (Newton Compton, 2017).

Friedman che succede al presidente Camillo Olivetti, erede di una grande dinastia di imprenditori illuminati, e' legato alla tradizione pannunziana che,come lucchese elettivo, sente in modo particolare . Per lui americano, Pannunzio e' l'intellettuale che in piena seconda guerra mondiale nel 1943, scrivendo un saggio su Tocqueville e sulle sue passioni per la libertà, dimostrava una irresistibile attrazione per la “democrazia americana” come patria di tutte le libertà .

Friedman sente l'orgoglio di succedere nella presidenza del Centro Pannunzio a Mario Soldati che, quando il fascismo divenne dittatura, emigrò negli Stati Uniti con l'intenzione di diventare cittadinoamericano per poter vivere in una libera democrazia. L'americano Friedman ha scelto di vivere in Italia, vedendo nell'Italia una democrazia di cui contribuisce a denunciare con spirito indipendente ed imparziale i limiti che vede peraltro anche in quella degli Stati Uniti. Soprattutto,

però, dell'Italia Friedman ama le bellezze naturali, l'arte, la cultura, il clima, la civiltà, la cucina. E ne ama la storia che l'ha resa una Nazione libera e indipendente attraverso il Risorgimento, un tema molto caro a Pannunzio che teneva dietro la sua scrivania il ritratto del Conte di Cavour.

Friedman e' un fuoriclasse del giornalismo internazionale che non si lascia condizionare dalle logiche e dalle appartenenze ideologiche italiane, mantenendo una sua indipendenza dal potere, anche in questo ripercorrendo l'esempio di Pannunzio con "Il Mondo".

 

Past Presidente: Camillo Olivetti

Il dott. Camillo Olivetti è stato presidente del Centro “Pannunzio” che suo padre Arrigo fondò nel 1968, dal 2008 al 2017.

Laureato in Giurisprudenza, Olivetti, è entrato nella società fondata ad Ivrea dal bisnonno Camillo all'età di 25 anni ed è stato prima alla Direzione Generale e poi nel Consiglio di Amministrazione dell'impresa di famiglia.

Quando la famiglia venne estromessa dall'Olivetti, è stato presidente della Fergat

 

 

 

 

Vice Presidente: Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni, giovanissimo, è stato, con Arrigo Olivetti e Mario Soldati, tra i fondatori del Centro "Pannunzio".

Giornalista, docente e saggista di Storia contemporanea, Pier Franco Quaglieni è autore di molti saggi storici. Appartenente ad una famiglia di tradizioni militari e diplomatiche, è laureato in Scienze Storiche.

È stato Vice Presidente della International Federation of Free Culture di Londra e Presidente Nazionale della F.I.D. Federazione Italiana Docenti.

È stato insignito dal Presidente della Repubblica del Cavalierato di Gran Croce dell'ordine al merito della Repubblica, massima onorificenza dello Stato.

È decorato della Medaglia d'oro di I classe di Benemerito della scuola, della cultura e dell'arte. E' Presidente dei Premi "Mario Pannunzio" e "Mario Soldati" e presiede la giuria del premio di Alta Gastronomia "Mario Soldati". E' stato per molti anni Vice Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo.

Da citare sono i suoi libri su Pannunzio, Cavour e “Figure dell'Italia Civile, 2017

Ha vinto molti premi tra cui il "Voltaire", il "Tocqueville", il "Venezia", il "Cavour Italia", il "Prezzolini", il "Malraux".

 

Vedi anche:

Quaglieni ed il Centro Pannunzio

Quaglieni su Linkedin

Testimonianze su Quaglieni

 

Presidente del Comitato scientifico: Giuseppe Piccoli

 

Già Professore Ordinario di Nefrologia dell'Università di Torino, è stato Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia; Vicerettore dell'Università di Torino con mandato per la Medicina e l'Assistenza; Direttore della Scuola di Specializzazione di Nefrologia. Ha diretto la Nefrologia dell'Ospedale San Giovanni Bosco e, successivamente, l'Unità Universitaria di Nefrologia, Dialisi e Trapianto delle Molinette di Torino.

E' stato consigliere della European Society of Dialysis and Transplantation Association, Vicepresidente della Società Italiana di Nefrologia e della Societè Francophone de Dialyse. Nell'ambito delle malattie renali, si è occupato in particolare della patologia ipertensiva e autoimmune, della dialisi e del trapianto di rene. La sua attiività di ricerca è documentata da oltre 300 pubblicazioni.

 

 

In passato, quand'erano in vita, hanno fatto parte del Comitato:

Nicola Abbagnano

Sergio Abeatici

Giovanni Agnelli

Guido Barbaro

Umberto Agnelli

Francesco Barone

Enzo Bettiza

Norberto Bobbio

Giovanni Conso

Nicolò Carandini

Vittorio Chiusano

Renzo De Felice

Alda Croce

Oriana Fallaci

Aldo Garosci

Giorgio Gullini

Carlo Dionisotti

Gustav Herling

Ugo La Malfa

Giovanni Macchia

Giovanni Giovannini

Nicola Matteucci

Massimo Mila

Indro Montanelli

Alessandro Passerin D’Entreves

Arrigo Olivetti

Enrico Paulucci

Rosario Romeo

Sergio Pininfarina

Giuseppe Saragat

Mario Soldati

Giovanni Spadolini

Tullio Regge

Giovanni Tabacco

Armando Testa

Franco Venturi

Lionello Sozzi

 

 

 

 

 

Il Comitato Scientifico

Fanno parte del Comitato:

Dario Antiseri

Jas Gawronski

Giuseppe Piccoli

Lorenzo Infantino

Pier Luigi Battista

Claudio Magris

Donato Pirovano

Loris Maria Marchetti

Francesco Pizzetti

Piero Bianucci

Erasmo Miceli

Francesco Profumo

Gabriella Bosco

Bice Mortara

Romain H. Rainero

Valerio Castronovo

Ugo Nespolo

Giovanni Ramella (Vice presidente)

Hervé Cavallera

Piero Ostellino

Luigi Resegotti

Dino Cofrancesco

Emilio R. Papa (Vice presidente)

Sergio Ricossa

Girolamo Cotroneo

Franco Pastrone

Gian Enrico Rusconi

Guido Davico Bonino

Antonio Patuelli

Mirella Serri

Arnaldo Di Benedetto

Marcello Pera

Paolo Emilio Ferreri

Francesco Perfetti

Carla Sodini

Mario Garavelli

 

 

Presidente Onorario: Dario Cravero

 

E' stato Primario Chirurgo e direttore del Dipartimento emergenza dell'Ospedale "Molinette" di Torino.

 

Docente nella Scuola di Chirurgia Generale dell'Università di Torino, Senatore della Repubblica, Presidente dell'Ordine Mauriziano,Presidente della Commissione Nazionale per la programmazione dei servizi di emergenza negli ospedali italiani e sul territorio.

 

E' Presidente del Comitato Nazionale di volontariato della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento della Protezione civile.

 

Mario Soldati: Presidente del Centro Pannunzio

Mario Soldati e Pier Franco Quaglieni
Mario Soldati e Pier Franco Quaglieni

Incontrai la prima volta Mario Soldati, che conoscevo solo di fama, più di trentacinque anni fa al termine di una conferenza dei "Venerdì letterari". Arrigo Olivetti, che amava concludere piacevolmente le serate invitando gli amici a cena, volle radunare allo stesso tavolo  di un noto ristorante torinese Soldati, Mario Bonfantini, Giulio Debenedetti e qualche altro.

Fu per me, allora giovane universitario, una serata indimenticabile. Soldati fu, come sempre, protagonista unico, quasi schiacciando con la sua vitale ed esuberante personalità tutti i presenti: uno sfolgorìo di battute, di paradossi, di aneddoti, di citazioni che sembrava non avere più fine. Ma, allora, mi rimase impresso soprattutto il modo di fare, brusco e persino un po' autoritario, che egli rivelò quando si trattò di scegliere vini e menu. Volle fare lui per tutti, non permettendo a nessuno di fiatare. Esigentissimo nel vino come e più di Bonfantini, fece cambiare più volte etichetta e bottiglia. Non soddisfatto del minestrone alla genovese, andò direttamente in cucina a protestare.

Mai avrei pensato che con un uomo, apparentemente così difficile, fosse possibile collaborare, se non dicendo passivamente sempre di sì.

Anche gli altri amici che lo conoscevano poco, ebbero la stessa mia impressione.

Un po' di tempo dopo ebbi modo però di ricredermi. Ed in quasi vent'anni , a partire dal 1980, quando Soldati diventò Presidente del centro "Pannunzio", ho avuto solo ulteriori occasioni, via via  sempre più frequenti, di cambiare idea.

Mario Soldati e Pier Franco Quaglieni
Mario Soldati e Pier Franco Quaglieni

Le impennate del carattere infatti  lasciavano subito spazio alla serena ed obiettiva valutazione dei fatti, anche se le impennate di Soldati non riguardavano solo il vino. Esse manifestavano il suo spirito libero perché Soldati è stato come un destriero che non ha mai sopportato né morso né briglie. Egli è stato ed ha voluto sempre rimanere un uomo libero, senza condizionamenti di sorta.

Come Pannunzio, amante delle comodità di ogni giorno e a volte anche del lusso, Soldati ci ha insegnato la scomodità della dissidenza rispetto ad ogni forma di conformismo. E, solo conoscendolo a fondo e scoprendo in lui un aspetto disarmato ed a volte persino fanciullesco, ho incominciato a voler bene a Mario e ad ammirarlo per quello che era effettivamente.

Avere un Presidente di questa tempra quasi alfieriana, capace di un'eccezionale spontaneità di sentimenti, ha consentito al Centro "Pannunzio" di prendere posizione contro il conformismo, sapendo di poter contare su un uomo che era il garante morale di quelle scelte coraggiose di libertà che gli organi dirigenti del Centro intendevano assumere.

 

Mario Soldati e Mario Pannunzio
Mario Soldati e Mario Pannunzio

Io so con assoluta certezza che Soldati, assumendo la presidenza del Centro - quando Vanna Nocerino e il sottoscritto gliela offersero - , si inimicò una persona che in campo accademico, giornalistico ed editoriale aveva allora grande influenza. Egli accolse il nostro invito, assolutamente incurante di certi rapporti che si sarebbero sicuramente incrinati e mai, in tanti anni, il Centro dal suo Presidente subì condizionamenti di qualsivoglia natura.

Magari nelle discussioni emergeva a volte una differenza di opinioni, ma Soldati non ha mai voluto imporre, facendo ricorso alla sua autorevolezza, le sue idee.

Amante della sua   libertà, sapeva rispettare la libertà degli altri, sempre ed in ogni occasione. Senza mai imporre nulla, ha saputo tuttavia lasciare "in agendo" la sua impronta intellettuale nella vita e nella storia del Centro "Pannunzio" più di ogni altro.

Chi ha conosciuto il "Pannunzio" prima di Soldati e durante la sua Presidenza sa cogliere come il Centro sia da allora cambiato radicalmente.

Storicizzare parte della propria vita è quasi impossibile e chi scrive ha identificato, dalla giovinezza alla maturità, un quid della propria giornata con il Centro "Pannunzio". Tuttavia mi sembra risultino chiari almeno alcuni punti che meriterebbero, per altro, un approfondimento.

Il Centro sotto la presidenza di Soldati è cresciuto numericamente e qualitativamente (cose di per sé difficili da conciliare). Il motivo sta nel fatto che Soldati ha cancellato ogni forma di sterile accademismo di altre presidenze, andando al cuore dei problemi: cultura di qualità, ma potenzialmente aperta a molti (se non a tutti), senza fastidiosi settarismi snobistici. Il grande scrittore non élitario, il grande comunicatore televisivo ha dato un'impronta anche al Centro "Pannunzio".

Mario Soldati
Mario Soldati

Soldati da un lato era l'uomo che amava lo scopone, il vino buono, il sigaro, il gioco delle bocce, ma nell'intimo era un intellettuale di gusti letterari raffinatissimi ed era uomo di rara eleganza che citava abitualmente nelle sue conversazioni i suoi poeti preferiti che entravano così, senza forzature, nel suo quotidiano con assoluta spontaneità.

Vita e letteratura in lui finivano per identificarsi. 

Ma c'è un altro punto importante: Soldati è stato in tutta la sua lunga vita quasi sospeso fra i Gesuiti e Gobetti. È stato un laico continuamente sedotto dal dubbio ma anche dal fascino della religiosità. È stato un po' Pascal e un po' Montaigne.La lunga ,fraterna amicizia che condivise con Giacomo Noventa,andrebbe sicuramente indagata con più attenzione per capire il Soldati intimo. 

Tutto ciò ha delle implicazioni anche con la vicenda del Centro "Pannunzio" che ha via via acquisito il significato e il valore delle scelte religiose,proprio perchè laico e quindi aperto a tutte le fedi religiose e le convinzioni filosofiche. Già Alessandro Passerin d'Entrèves ci aveva insegnato la laicità non si identifica con la miscredenza e neppure con l'indifferentismo in materia religiosa e tanto meno etica.

Nella stessa tradizione pannunziana de Il Mondo Soldati occupa un posto a sé: non sarebbe stato assimilabile, pur nel rapporto di stretta amicizia con Pannunzio, ad altri che a Il Mondo furono intimamente legati: pensiamo ad un Flaiano o a un Brancati. Soldati riuscì a mantenere intatta l'amicizia con Pannunzio, pur rimanendo in rapporto cordiale con Leo Longanesi che, pur essendo stato maestro di  stile e di eleganza grafica  per Pannunzio, era oggetto di polemica sulle colonne de Il Mondo . Chi conosce la storia de Il Mondo e le intransigenze di Pannunzio, sa come potesse essere difficile una scelta di questo tipo in particolare per uno come Soldati, mai abituato a filtrare le sue idee attraverso la diplomazia. In tempi in cui Longanesi era considerato un reprobo, egli seppe essergli amico, pur dissentendo da lui che ebbe, a sua volta, un carattere insopportabile: Longanesi definì se stesso un "carciofino sott'odio", facendo riferimento alla sua bassa statura ma soprattutto ai risentimenti che era capace di suscitare. Eppure con Soldati ci fu una lunga e vera amicizia. Soldati è stato un "pannunziano" atipico. Il fatto di diventare Presidente del Centro "Pannunzio" poteva rientrare in uno dei tanti paradossi soldatiani.

Se tuttavia si guarda con più attenzione, ci si accorge che l'eresia de Il Mondo è stata più rappresentata da un uomo "fuori ordinanza" come Soldati che da tanti altri solo apparentemente più fedeli al magistero di Pannunzio. L'esperienza di Scalfari che si autoconsidera l'erede di Pannunzio, è illuminante.

Nelle grandi scelte Soldati è infatti rimasto sempre  fedele ad una stessa linea di fondo, senza oscillazioni né cedimenti. Come sarebbe piaciuto a Gobetti e a Pannunzio,rifiutando le mode ed i tic di certo radicalismo snob che non Pannunzio ha nulla da spartire.

Pier Franco Quaglieni

Da Pannunzio al Centro "Pannunzio"

In questo momento provo per la prima volta il desiderio di spiegare - spiegare a me stesso - perché una decina di anni fa non avevo esitato ad accettare l'onore di presiedere il centro "Pannunzio".

Vero che Pannunzio, nativo di Lucca, ma da sempre e per quasi tutta la vita residente a Roma, aveva a Torino molti amici: vero che nel 1951, durante un convegno del Partito Liberale che si teneva proprio a Torino, Pannunzio si dimostrò più vicino di altre volte a quel Partito: vero, infine, che forse ero il più torinese tra gli amici e collaboratori di Pannunzio: ma non c'è dubbio che non avrei mai accettato se il mio predecessore non fosse stato uno dei più cari amici della mia vita.

Mario Bonfantini, nel giro degli stessi anni e più o meno come me, fu anche lui amico di Pannunzio e collaboratore del "Mondo". E se Bonfantini, il quale non viveva a Roma, non poteva frequentare regolarmente Pannunzio come invece sarebbe stato possibile a me, questo divario era tristemente compensato da una disdetta: io, che durante tutti gli anni cinquanta, vivevo ancora a Roma, facevo il cinema. Ah, il cinema! il cinema! Uno che, come me, ha vissuto nel cinema per tanto tempo, non si meraviglia che, in grande maggioranza, i "metteurs-en-scène" (aborro perfino dalla parola italiana) siano così ignoranti: non hanno mai tempo di leggere, poveretti, e se non sono stati così fortunati da profittare degli anni ginnasiali e liceali e, in extremis, del servizio militare, arrivano al mezzo del cammin di loro vita avendo letto al massimo una decina dei cento romanzi che pur sarebbero indispensabili al loro mestiere. Bisogna fare un'eccezione: riescono a leggere tutti i romanzi necessari soltanto quelli che sono diventati famosi al primo o al secondo film, lavorano un po' meno ogni anno e dedicano qualche mese alla lettura.

Chiedo scusa per la divagazione. Morale: non avevo mai il tempo di andare a trovare Pannunzio. Quante volte, verso le sei, le sette di sera mi dicevo che sarebbe bastato di uscire prima dalla sala di proiezione o dalla camera della moviola per prendere un taxi e arrivare in centro a tempo: la gioia che provavo quando infilavo via Colonna Antonina, e salivo su, al primo piano, al "Mondo".

Pannunzio era lì, dietro la sua scrivania, oppure quasi subito si alzava e passava a sedersi in un divano, vicino a me, e si chiaccherava tranquilli, allegri, anche se gli argomenti erano tristi. Era, per me, una sensazione meravigliosa: come se, improvvisamente, fossi giunto là dove mi sarebbe piaciuto di stare tutto il giorno, tutti i giorni: e non solo a parlare con Pannunzio, ma anche a lavorare, in una stanza dello stesso ufficio, con dei libri, libri intorno, e niente altro. Perché la sensazione meravigliosa che mi dava parlare con Pannunzio era quella che Giacomino Debenedetti ventenne, riferendosi ai suoi colloqui con qualcuno dei più simpatici e intelligenti professori della nostra Università, Ferdinando Neri, Gaetano De Sanctis, Francesco Ruffini,l'aria dei ventilati altipiani. Ecco, sì, non si potrebbe dire meglio: era quella l'aria che respiravo ogni volta che, dentro Roma, mi riusciva di fuggire da Roma semplicemente perché passavo una mezz'ora con Pannunzio. Furono brani di tempo che rimasero come ritagliati nella mia memoria. Rivedo il suo sguardo sorridente posato su di me, ed una grande calma intorno, come se mi dicessi: esistono, dunque, da qualche parte, anche oggi, la giustizia e la verità: almeno qui, esistono.

Un altro ricordo. E' il primo, in un certo senso, anche se me ne sono reso conto molto tempo dopo. Si ricollega, esatto, alla primissima volta che ne udii parlare - anzi, alla prima volta che udii il nome: Mario Pannunzio. Lo udii dalla bocca di qualche amico di Roma .Non è che lo vidi scritto. Domandai a quell'amico: "Come hai detto? Pannunzio? non Dannunzio?".

"Si certo. Non c'entra niente con Dannunzio. Pi. Pannunzio".

Ebbene, a poco a poco, incontrandomi distrattamente con questa variazione di un'unica consonante, mi sono detto che ci doveva essere un certo rapporto tra Dannunzio e Pannunzio. Qualcosa che li legava. Ebbene, dai e dai, ho capito che quel P al posto di quel D conteneva un senso profondo, automaticamente. Quel P e quel D sono il simbolo di due categorie che si escludono a vicenda. Nulla di quanto riguarda Pannunzio può riguardare Dannunzio e viceversa. Ed è possibile compilare addirittura elenchi di concetti, di oggetti, di cose, di persone. Per esempio: Crispi, Mussolini, Guttuso appartengono al simbolo Dannunzio. Giolitti, Matteotti, Casorati appartengono al simbolo Pannunzio.

Uno scherzo. Non c'è dubbio. La sola cosa che mi rincresce è che questo scherzo non mi sia venuto in mente venti e più anni fa, quando avrei potuto, un tardo pomeriggio invernale, ripeterlo a Pannunzio, tranquillo e sorridente, seduto davanti a me, là, su un divano in via Colonna Antonina.

Mario Soldati

Arrigo Olivetti primo Presidente del Centro "Pannunzio" ed esempio inimitabile

Arrigo Olivetti
Arrigo Olivetti

Anna Proclemer, moglie dello scrittore Vitaliano Brancati, uno degli esponenti di spicco del gruppo raccolto attorno al "Mondo" pannunziano, ha scritto degli amici del marito: " Erano tutto fuorchè intellettuali le conversazioni di questi intellettuali che si riunivano due volte al giorno a Via Veneto. Io con loro mi annoiavo. Non capivo la loro frivolezza".

Nel gruppo c'era - oltre a Pannunzio, Cattani, Libonati, Brancati, Moravia ed altri - anche Arrigo Olivetti, l'industriale di Ivrea che si era assunto la responsabilità, insieme a Nicolò Carandini, di editore del "Mondo". Fra tanti letterati poteva sembrare quasi un po' fuori posto questo imprenditore progressista che in anni difficili aveva scelto di essere radicale e, per testimoniare quell'impegno, aveva messo a disposizione, con totale generosità, le sue risorse intellettuali ed economiche.

La Proclemer è abbastanza ingiusta verso quel gruppo, come lo è Eugenio Scalfari quando, nel suo ultimo libro, parla dei suoi ex amici di un tempo con cui la sera si trovava, appunto, in via Veneto, in una chiave sottilmente ironica, coniando persino il termine "carandinismo", per evidenziare certe caratteristiche di quel gruppo. Scalfari scrive addirittura che erano "di solito longilinei, di solito benestanti".

 Al di là dei clichès deformanti, andrebbe invece ricordato il grande impegno morale e politico di quel gruppo anche se va detto subito che la loro raffinata ironia, i lori silenzi pieni di eloquenza, la loro elegante riservatezza si potevano prestare ad interpretazioni malevole e caricaturali. Era gente, per altro, che sapeva vivere, che non aveva rinunciato al gusto ed ai piaceri della vita, per recitare la parte dell'intellettuale impegnato 24 ore al giorno, immusonito quasi per dovere di ufficio.

Nicola Adelfi, che li frequentò, ricorda che, malgrado essi venissero chiamati con dileggio i visi pallidi, "in tutti gli scontri di idee i partiti, anche i più grossi, si sentivano in obbligo di fare i conti con loro".

Olivetti fu uno dei protagonisti di quella esperienza, anche se si mantenne più appartato rispetto agli altri, con un riserbo tutto piemontese.

Arrigo morì ad Ivrea all'età di 87 anni il 13 gennaio 1977. Della sua figura di imprenditore, di intellettuale, di uomo politico impegnato attivamente fin dall'antifascismo e dalla resistenza si è scritto troppo poco. In un libro dedicato a suo cognato Adriano, Valerio Ochetto si limita a citare Arrigo qua e là in modo spesso ingeneroso, usando espressioni inaccettabili per chi ha davvero conosciuto Arrigo.

Olivetti ebbe il coraggio in tempi duri di schierarsi senza prudenze calcolate e di assumersi impegni precisi e coerenti, senza mai badare agli esiti finali della sua azione. Quando fu tra i fondatori del partito radicale di Pannunzio (che non va confuso con quello radicale di Pannella) affrontò serenamente insieme a Villabruna i naufragi elettorali, le sconfitte, le delusioni. Anche Arrigo, come gli altri che si davano appuntamento in via Veneto, veniva considerato un aristocratico, malgrado egli non avesse mai amato l'isolamento elitario, anzi avesse sempre vissuto con sofferenza quella solitudine a cui lo condannava il conformismo allora imperante. Un settimanale come "Il Mondo" senza Olivetti e Carandini non si sarebbe potuto fare. Basterebbe questo fatto per rendere significativa ed importante la sua presenza che non fu mai quella del mecenate, perché egli partecipò alle battaglie dall'interno, come protagonista diretto, sempre a "viso aperto".

Se non è del tutto utopistico parlare di una possibile nobiltà della politica, ciò è dovuto a uomini come Arrigo Olivetti, che ci paiono tanto più lontani quanto l'inquinamento della vita pubblica italiana si è progressivamente aggravato fino a giungere agli attuali livelli di guardia.

Conobbi Arrigo nel '68 e per quasi un decennio si stabilì tra di noi uno straordinario sodalizio: tra un ventenne ed un ottuagenario, proprio nell'anno della contestazione e dello scontro fra generazioni, si creò un'intesa da cui nacque a Torino il centro "Pannunzio".

In tanti anni da lui non ho mai subito un'imposizione, non ho mai avuto un'osservazione: c'era la stima, c'era un solo culto che ci accomunava, quello della libertà. Si trattò di un'esperienza davvero unica e indimenticabile.

Alla crociana "religione della libertà", Arrigo Olivetti ha dedicato la sua lunga ed operosa vita, dimostrando di saper stare in prima fila nei momenti difficili, eclissandosi con discrezione e con stile in quelli tranquilli in cui non c'era bisogno di lui.

Essergli stati vicini ha rappresentato davvero un "privilegio", come ha scritto in un suo messaggio di ricordo il Presidente Cossiga, perché con lui abbiamo condiviso "una stagione irripetibile per impegno civile, ricerca imprenditoriale, disinteressato amore per la cultura".

Pier Franco Quaglieni 

 

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