Ernesto Rossi 

Ernesto Rossi fu un uomo difficile, spigoloso, non disposto ai compromessi, anche nei confronti dei suoi stessi amici.

La sua morte per molti significò la fine di un incubo perché le sue implacabili polemiche non risparmiavano nessuno. Altri lo considerarono un ingenuo solo perché era onesto, vedendo in lui un solitario don Chisciotte incapace di fare i conti con la realtà. Anni fa un prete (che suscitò un certo scalpore perché inaugurò il dialogo tra cattolici e massoneria) parlò sprezzantemente di Ernesto Rossi come di un anticlericale "fanatico, cieco, integrale", dimenticando volutamente tutto ciò che egli aveva rappresentato nella storia di questo Paese.

In effetti, il peso politico, il significato culturale e il magistero morale di Rossi ci portano oggi a conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle di chi ha ritenuto di poterlo liquidare con poche battute.
Nato a Caserta nel 1897 e morto a Roma nel 1967, Rossi, dopo aver partecipato come volontario all I Guerra Mondiale, conobbe nel 1919 a Firenze l'uomo che decise il suo destino futuro: Gaetano Salvemini. Egli stesso scrisse con estrema modestia di sentirsi in debito nei confronti di Salvemini "di quel poco che (era) riuscito a fare per la giustizia e la libertà".

Oppositore irriducibile del fascismo, fu tra gli animatori più coraggiosi e spericolati di "Giustizia e Libertà". Nel 1930 venne arrestato a Bergamo per la sua attività clandestina e condannato a vent'anni di carcere. Nel suo epistolario intitolato beffardamente "Elogio della galera" ci ha lasciato la testimonianza di cosa significasse per lui "Non mollare" (per dirla con il nome del giornale antifascista fiorentino che egli fondò insieme a Salvemini ed ai Rosselli nel 1925). Visse l'esperienza del carcere con una intransigenza ferrea che gli indurì il carattere, senza privarlo della sua arguzia scanzonata e senza impedirgli di abbandonarsi alla dolcezza dei sentimenti, quando scriveva alla "Pig", il diminutivo di "Pigolina" attribuito, con "catulliana" tenerezza, alla sua Ada.

Successivamente relegato al confino di Ventotene, scrisse nel '41, con Altiero Spinelli, il famoso Manifesto da cui trasse impulso l'idea federalista di un'Europa libera ed unita; due anni dopo a Milano fondò il Mfe.

Sottosegretario nel governo Parri, tra i fondatori del Partito d'Azione prima e del Partito Radicale dopo, collaborò a "Il Mondo" di Pannunzio, di cui fu una delle "colonne". Le sue inchieste appartengono ormai alla storia del giornalismo italiano ed alcuni suoi libri hanno sicuramente lasciato un segno; pensiamo, ad esempio, ai "Padroni del vapore", "Il manganello e l'aspersorio", "Borse e borsaioli", "Settimo: non rubare". Rossi rappresentò nella vita politica italiana l'esempio tipico del ribelle, del "rompiscatole", del "pazzo malinconico", come lo definì Salvemini.

E' impossibile far rivivere il suo gusto per la battuta tagliente, per il paradosso, per la polemica feroce, ma nel contempo sempre lucidissima.

Il momento migliore de "Il Mondo" fu quello rappresentato dalla feconda collaborazione tra Pannunzio e Rossi. Poi il sodalizio disgraziatamente  si ruppe e si giunse al distacco traumatico che contrappose i due principali protagonisti di quell'esperienza. Ma al di là delle infuocate polemiche contingenti, Pannunzio riconosceva già nel '62 in una lettera indirizzata ad Alessandro Galante Garrone (che me ne fece dono prezioso): "Continuamente ripenso con nostalgia ai tanti anni in cui abbiamo lavorato insieme come due fratelli". Ed Ernesto Rossi, dal canto suo, scriveva nel 1966: "Da quattro anni  non sono più collaboratore del "Mondo" ma il mio dispiacere per la fine del settimanale è profondo e sincero. Non posso non ricordare la libertà assoluta (.) di scrivere su ogni argomento quello che volessi e come lo volessi".

Si trattava di uomini tutti di un pezzo, duri nel mantenere le proprie posizioni fino ad apparire testardi, ma c'era in loro un'onestà intellettuale ed una sensibilità umana che prevalevano anche sui dissensi più aspri.

Nel buio morale dei nostri giorni la lezione scomoda di Ernesto Rossi è una di quelle che non devono andare disperse e vanno anzi ricordate soprattutto ai giovani che appaiono sempre più apatici e indifferenti nei confronti dell'impegno civile, dopo le drammatiche sbornie ideologiche di dieci anni fa. A questo riguardo, va segnalato il fatto incoraggiante che gli studenti dell'Istituto di Bergamo dove Rossi insegnava quando venne arrestato, continuano a ricordarlo con un'attenzione ed una costanza che ci sorprendono, se le si rapporta a certi studiati silenzi, oggi di moda.

Rossi parlava spesso del "cerino acceso della nostra ragione" che rischiara il nostro agire. Egli stesso ci appare oggi una piccola luce che indica la rotta giusta da seguire per non lasciarsi sedurre dalle sirene dei conformismi vecchi e nuovi.

Se Rossi fu un don Chisciotte, lo fu solo perché non dimise mai né le armi né l'armatura.

 
  Pier Franco Quaglieni