Gaetano Salvemini

Ricordare Gaetano Salvemini in questo paese dominato dal cancro del conformismo è oggi un dovere morale da parte di chi ha cercato di seguirne la lezione di intransigenza laica e la battaglia senza quartiere in nome della ragione e della libertà.

Salvemini, come scrisse una volta Sandro Galante Garrone, fu un polemista feroce, senza peli sulla lingua, abituato ad usare una chiarezza espressiva che egli identificò con la "probità nel pensiero e nell'azione". Non fu certo un uomo da accattivarsi la simpatia dei potenti; partecipò alla battaglia contro il fascismo, preferendo dimettersi dalla cattedra e vivere in esilio, piuttosto di sentirsi privato, anche minimamente, "di quelle condizioni di libertà, mancando le quali l'insegnamento universitario della storia perde ogni dignità"; nel "nido" salveminiano nacquero all'antifascismo Ernesto Rossi, i Rosselli, e Calamandrei che scrissero pagine importanti di dignità, di coraggio, di sacrificio.

Nel secondo dopoguerra, quando Salvemini tornò in Italia, la sua battaglia riprese ancor più dura ed implacabile contro i nemici della libertà, gli opportunisti, i retori, i mandarini del potere che con la loro arroganza calpestano le regole della democrazia. Scrisse che ciascuno di noi, quando si trova di fronte a qualcosa che non va, deve "dire no, senz'altro, avvenga poi quel che vuole avvenire".

Alberto Asor Rosa lo liquidò nella "Storia d'Italia" Einaudi, citando Gramsci, con una definizione tanto sbrigativa quanto ingiusta: "Un caso di giacobinismo professorale". Un suo improvvisato biografo, preso da vaneggiamenti ideologici, ne tracciò qualche anno fa, un ritratto che merita di essere riletto solo per costatare "de visu" cosa non debba e non possa essere la storia. E' fatale tuttavia che uomini della tempra di Salvemini incontrino ostilità ed incomprensioni.

Erano molti anni che non mettevo piede nell'aula di un'assemblea elettiva. Qualche giorno fa, assistendo ad una seduta, ho costatato molta distrazione tra i banchi, vistose assenze, poca partecipazione; ho notato altresì un pullulare di gerarchi di partito e di postulanti che gironzolavano qua e là. Ho ascoltato discorsi disossati, impastati di cloroformio, di equilibrismo ambiguo e di compromesso neppure troppo latente.

Lo spettacolo che mi sono trovato di fronte mi ha portato istintivamente a ricordarmi di Salvemini, delle sue parole dure come pietre, ma nel contempo scintillanti di ironia caustica, di cultura, d'intelligenza. E mi è venuto in mente l'invito che Salvemini rivolse nel 1919 ai suoi elettori: "Se mi eleggete deputato, vi sarò grato della vostra fiducia, e cercherò di difendere meglio che potrò i vostri diritti. Se volete non un deputato, ma uno sbrigafaccende, votate un altro".

Chi avrebbe, oggi, il coraggio di ripetere un discorso di questo tipo, in una situazione in cui contano solo le clientele che producono voti e la classe politica si autoseleziona in base alle correntomachie interne ai partiti, come diceva il "salveminiano" Compagna?

Ho letto sui giornali in questi giorni delle nuove proteste dei precari della scuola che pretendono di entrare di ruolo nel modo più facile e indolore possibile. Anche in questa occasione mi sono ricordato di Salvemini e delle sue battaglie "furibonde" in difesa della scuola laica di Stato, della sua serietà e della sua efficienza al servizio dei giovani e della società.

Gli scritti salveminiani sulla scuola sono raccolti in un volume di otre mille pagine che forse sarebbe bene rileggere per comprendere i mali che affliggono il nostro sistema scolastico. Negli anni dell'Università, l'incontro intellettuale con Salvemini mi ha preservato dai furori ideologici del '68, ma mi ha anche vaccinato contro il morbo del conformismo e dell'appiattimento grigio delle coscienze.

Invece di commemorarlo, bisognerebbe oggi richiamarci al suo esempio, per reagire alla palude del consenso, in cui ogni polemica fa scandalo e ogni dissenso diventa "destabilizzante" e fastidioso per il "guidatore".

Riandare a Salvemini a tanti anni di distanza dalla sua morte significa anche stabilire dei confronti politici, non solo ripercorrere storicamente l'iter della sua vita e delle sue battaglie perché egli resta vivo nelle nostre coscienze. Ha detto Bobbio che "una Nazione ha bisogno di uomini come Salvemini come dell'aria per respirare: uomini insieme pensanti e militanti".

Bisognerebbe trarne le conseguenze, senza limitarsi a ricordi che restano scritti nei libri. C'è oggi necessità di superare la china, con un coraggio e una determinazione che sono inconciliabili con il compromesso e l'ambiguità di chi non prova vergogna ad esibire una spina dorsale di gomma. Salvemini ci ha indicato la strada, è stato per tutti noi, come scrisse Parri, "maestro di probità intellettuale, maestro ed esempio di indomita energia morale".

 
  Pier Franco Quaglieni