Leone Cattani 

Occhi spiritati, gran naso fendente, alto e vigoroso, gran voce e grande oratore, di professione avvocato, di vocazione animale politico: Leone Cattani, antifascista e liberale, amico di Pannunzio, di La Malfa, di Giorgio Amendola e uno dei fondatori del "Partito Radicale" nel quale si raggruppavano i liberali di sinistra dopo la definitiva rottura con il PLI di Malagodi e della Confindustria.

Nel gruppo del "Il Mondo" Leone Cattani forse più di tutti gli altri era un politico puro, deciso a subordinare alla politica tutta la sua esistenza, professione e famiglia.

Nel primo governo De Gasperi (dicembre 1945 - luglio 1946) Cattani era stato ministro dei lavori pubblici. Anni durissimi, problemi infiniti per un paese uscito da una guerra disastrosa, vie di comunicazione interrotte o distrutte, penuria di case a tutti i livelli, fame e inflazione. E una capitale, Roma, dove il riscaldamento era ridotto e l'erogazione dell'energia limitata, ma ognuno cercava di sopravvivere "arrangiandosi". Al ministero dei lavori pubblici però si lavorava, nelle ore in cui era sospeso il riscaldamento, in cappotto e guanti: niente "arrangiarsi" per esplicito ordine del ministro. Lo stesso criterio lo applicò anche a casa sua con la propria famiglia. Ancora anni dopo la moglie, Mirillo Cattani, mi parlò di quel terribile inverno con tre ragazzini in tenera età e il ministro - papà che non permetteva l'uso di una stufetta supplementare.

Leone Cattani aveva un rispetto quasi sacrale per la legge e la legalità e non ammetteva compromessi. In gioventù aveva fatto parte dell'Azione Cattolica ma, come spesso raccontava, se n'era uscito quando, di fronte al fascismo, l'associazione chiese ai suoi iscritti "l'eroismo di rinunciare alle proprie idee".

Così fu anche in politica. Antifascista della prim'ora, militante della Resistenza nella clandestinità durante l'occupazione nazista, aveva aderito al Partito Liberale di Benedetto Croce mentre il suo amico e compagno di lotta Ugo La Malfa era andato al Partito d'Azione. Era stato compagno di tutti coloro impegnati nei Comitati di Liberazione e aveva chiara l'idea di un partito liberale fedele ai grandi princìpi del liberalismo ma aperto ai pressanti e nuovi problemi politici e sociali del dopoguerra. Malgrado ciò usò tutta la sua influenza per far cadere il governo Parri, il governo della liberazione, del "vento del nord". Era profondamente convinto che Parri non aveva il controllo della situazione e non sarebbe stato in grado, alla lunga, di opporsi al sopravvento dei comunisti. In nome della libertà ritrovata ha combattuto sempre con tenacia ma con lealtà l'azione del PCI, pur restando amico di Giorgio Amendola fino all'ultimo. E con la stessa tenacia combatteva contro ogni forma di società segreta, in prima linea la Massoneria.

Non era certo un uomo comodo. Non si piegava agli "accomodamenti" ritenuti "normali" nell'azione politica. Portava avanti, al Consiglio Comunale di Roma, prima come Assessore all'Urbanistica, poi come Consigliere, e sue memorabili battaglie contro la speculazione sulle aree, la lottizzazione selvaggia ad opera della "Società Immobiliare" controllata dal Vaticano. Alla fine del 1953 si era dimesso da assessore per non avallare una infrazione della legge commessa dalla DC e "coperta" dal Sindaco democristiano Rebecchini. Ma ciò non gli impedì poi di fare a pezzi, in numerose lunghissime sedute del Consiglio Comunale, la relazione dell'Assessore che lo aveva sostituito, un amico e anche lui un liberale, rimproverandogli insufficiente rigore e troppo pragmatismo.

Era, insomma, un calvinista. Capace di dare molta noia alla Roma democristiana ed anche a qualche "collega" un po' meno intransigente. Ma era l'uomo politico nel quale Pannunzio aveva posto molte speranze. Più di una volta il Direttore de "Il Mondo" mi aveva detto che avrebbe fatto di tutto per vedere Leone Cattani a Montecitorio, "il posto suo", al punto da avallarne la candidatura nelle liste di un partito affine che lo aveva richiesto. Ma gli italiani un po' più "accomodanti" non apprezzavano in egual misura il suo rigore morale, il suo rispetto intransigente per le istituzioni dello Stato, per le "mani pulite" in politica e non lo votarono, né come radicale né sotto un altro simbolo.

 
  Lily Marx