Luigi Einaudi

In uno dei suoi taccuini in cui Ennio Flaiano ha tracciato tante descrizioni essenziali per la storia della vita civile italiana, è riportato il ricordo di una cena al Quirinale in cui Mario Pannunzio e la piccola équipe del "Il Mondo" furono ospiti di Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica. Otto commensali e un maggiordomo che vigila sulla scena. Alla frutta, il Capo dello Stato, avendo notato nel vassoio pere grandissime, domanda ai suoi commensali se qualcuno ne vuole dividere una a metà con lui. Lo stesso Flaiano accetta prontamente l'offerta e si vede depositare nel piatto mezza pera dal maggiordomo sorpreso e quasi seccato. E lo scrittore commenta: "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise".

L'uomo che fu considerato da tutti il Presidente del "buongoverno" dimostrava così l'integrale coerenza fra il pensiero e l'azione, la perfetta fusione fra l'uomo pubblico e l'uomo privato.

E' l'uomo della "morale antica" come amò ricordare il suo allievo Alessandro Passerin d'Entrèves, l'uomo, per dirla con un altro suo discepolo, Piero Gobetti, che "esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità". Non era propensione per gli usi desueti o per l'arida economia della lesina, ma profondo rispetto per un complesso di principi morali, di regole di vita, di orientamenti spirituali che facevano tutt'uno col suo metodo scientifico. Il che spiegava, per dirla con Spadolini, "perché nel suo sistema l'economia arrivasse ad un certo punto a identificarsi con la morale, perché il suo liberalismo si immedesimasse col liberismo, perché la sua fede politica fosse il metro di guida e di azione di tutta la sua vita intellettuale e privata".

Fu convinto, anche contro Croce, che solo il liberismo potesse realizzare nella vita economica i presupposti morali del liberalismo, poiché solo la libera concorrenza stimola creatività, competizione, progresso.

Durante tutta la sua carriera universitaria e politica egli testimoniò sempre della sua integrità di vita al servizio della missione civile: a 24 anni libero decente in Scienza delle Finanze, a 28 ottenne la cattedra universitaria, Senatore nel 1919, Rettore dell'Ateneo torinese dopo il 25 luglio 1943. Al rientro dall'esilio in Svizzera a cui fu costretto da un ordine di cattura nazista, nel 1944 fu nominato Governatore della Banca d'Italia. Nel 1946 eletto all'Assemblea Costituente, Ministro del Bilancio e Vice presidente del Consiglio nel Governo De Gasperi. Infine, Presidente della Repubblica dall'11 maggio 1948 al 25 aprile 1955.

Durante lo svolgimento di questi compiti pubblici, non tralasciò mai la sua attività di studioso, mentre numerosissimi furono i suoi interventi giornalistici, dal primo articolo liberista sulla più colta delle riviste socialiste, "Critica Sociale" di Turati e Treves, alla direzione di "Riforma Sociale" e poi della "Rivista di Storia Economica", alle collaborazioni a "Rivoluzione liberale, a "la Stampa", al "Corriere della Sera", al "Mondo" di Mario Pannunzio.

Il tema dominante dell'ideale proposto da Einaudi fu sempre la salvaguardia e la difesa della libertà individuale e, con questa, la coesistenza del liberismo economico contro lo Stato protezionista, interventista, dirigista che, invece di essere garante della libertà e mediatore dei conflitti sociali, si fa dispensatore di favori, di protezioni, di sovvenzioni.

Si potrebbe ben dire di lui ciò che egli stesso disse di un suo amato collega, Francesco Ruffini : "L'autorità sua morale gli veniva, si, dagli studi, dagli uffici coperti e dalla vita intemerata: ma anche dall'essere sempre stato legato alla terra che aveva visto nascere lui e i suoi, là dove il contadino è tenace nel conservare la casa avita e lo scienziato insigne cerca in essa il conforto degli ultimi anni, e il riposo ultimo, non v'ha tramonto, ma perpetua rinascita".

Ma questo liberale, credente e laico ad un tempo, che fece della democrazia una fede, fu uno statista che, anche se riuscì ad essere stimato da tutti, non fu mai popolare in un paese come il nostro in cui, come afferma Bobbio, "la passione dei ragionamenti ben fatti, appoggiati su dati, di parlar per cifre, di prendere le mosse da un fatto piuttosto che da una citazione, rappresenta una corrente di pensiero che non ha mai messo le radici e che appena tenta di uscire allo scoperto viene subito azzannata dalle tigri e dai loro amici".

Sarebbe infatti riduttivo classificare Einaudi un economista e non piuttosto un moralista. Ha ragione Valerio Zanone quando afferma che in lui "si rintraccia non solo il primato dell'economia sulla politica ma anche il primato della morale sull'economia; la convinzione che, per quanto forte sia il peso degli interessi, è nelle convinzioni morali la vera forza motrice delle società e degli uomini".

 
  Mara Pegnaieff