Nicolò Carandini
Nicolò Carandini è una delle figure più importanti del liberalismo
italiano, rimasta ingiustificatamente un po' trascurata.
Morì a Roma il 18 marzo 1972 e val la pena
di ricordarlo soprattutto ai più giovani che forse non l'hanno neppure sentito
nominare.
Il tempo passa inesorabile, ma in effetti fu lo stesso Carandini ad
appartarsi, dopo i primi Anni Sessanta, dalla vita politica. Due anni prima
della sua improvvisa scomparsa mi scriveva in una lettera: " Io non prendo più
parte ad alcuna manifestazione e mi limito intellettualmente a tradurre Seneca
richiamando alla mia memoria il latino appreso oltre mezzo secolo fa. E' tempo
che i giovani assumano queste iniziative culturali e politiche per tener viva
una fiamma che noi abbiamo modestamente alimentata ai tempi nostri".
Fu uno dei leader della sinistra liberale senza mai essere deputato e visse
l'esperienza del partito radicale di cui fu uno dei massimi esponenti.
Collaborò (con oltre 80 articoli che meriterebbero un'antologia ad hoc) al
"Mondo" di cui fu anche editore per circa dieci anni insieme ad Arrigo
Olivetti. Suoi articoli importanti erano già apparsi su "Risorgimento liberale"
e due suoi opuscoli ("Primi chiarimenti" e "Realtà"), in cui veniva delineato
il nuovo liberalismo, circolarono clandestinamente a Roma fin dalla primavera
del '43 e vennero stampati subito dopo il 25 luglio.
Disse di cui Giovanni Ferrara in occasione della sua morte: "Avrebbe potuto,
per la sua posizione sociale e la ricchezza, partecipare al gran mondo del
potere; invece preferì le amicizie umane e politiche strette intorno all'idea
di libertà".
Carandini tuttavia andrebbe soprattutto ricordato come uno dei protagonisti
della politica estera italiana tra il '44 e il '47.
Nominato nel 1944 ministro, in sostituzione di Benedetto Croce, nel primo
Gabinetto Bonomi, lasciò il Governo dopo pochi mesi, per affrontare un compito
difficilissimo come primo ambasciatore italiano a Londra: riannodare, in piena
guerra, i primi fili di un rapporto che il fascismo aveva distrutto, dando agli
Inglesi l'immagine di un'altra Italia.
La "Nuova Antologia" ha pubblicato il Diario Inglese di Carandini nei
fascicoli 2144, 2145, 2146. Dalla lettura di quelle pagine si colgono le
immense difficoltà che Carandini dovette fronteggiare, a partire dalla sede
dell'ambasciata che egli ripristinò a sue spese.
Ha scritto Alessandro Passerin d'Entrèves, che fu testimone di quelle
vicende: "Era un uomo che poteva recare il messaggio dell'Italia civile, di
quell'Italia che gli Inglesi non avevano mai imparato ad odiare, nemmeno
durante una guerra che ci aveva così funestamente divisi".
A Londra nella primavera del '45 egli si impegnò in contatti preludenti la
prima Conferenza della Pace (Lancaster House - Londra, settembre 1947) a fianco
di Acide De Gasperi, ancora piuttosto inesperto di cose internazionali.
L'intesa tra i due uomini fu straordinaria e meriterebbe un adeguato
approfondimento. La preparazione si era svolta al Foreign Office, nelle
ambasciate e non solo con gli ambasciatori ma con uomini come Molotov e Couve
de Murville, nonché con personalità americane e con i maggiori giornalisti.
Nella seconda sessione della Conferenza della Pace a Parigi nella primavera
del '46 al Palais du Luxembourg, De Gasperi si presentò nuovamente affiancato
da Carandini.
La terza sessione del Trattato si svolse a New York alla fine del '46 con la
partecipazione di Carandini, Tarchiani e Quaroni, senza De Gasperi. Il finale
si ebbe poi a Parigi nel '47, sempre con Carandini che fu l'unico che abbia
seguito tutte le vicende del Trattato.
Tra il resto, va ricordato che Carandini, eletto all'Assemblea Costituente
nel 1946, rinunciò al suo seggio, per proseguire nell'attività diplomatica che
aveva intrapreso. Quella scelta lo tagliò fuori, di fatto, dalla successiva
vita parlamentare della storia repubblicana.
E' impossibile in un breve profilo descrivere in dettaglio ciò che egli fece
per l'Italia in quegli anni critici. Fu un vero patriota che sacrificò una
carriera politica brillante, per dare il proprio contributo disinteressato ed
appassionato alla resurrezione del Paese.
Di lui resta un patrimonio di intransigenza morale, di cultura, di onestà e
di impegno civile che andrebbe raccolto, se questo Paese sapesse uscire da una
politica di basso profilo, fatta di pubbliche sceneggiate e di compromessi
privati, per ricuperare una dimensione di serietà e rigore.
Per Carandini si può ripetere ciò
che Giovanni Spadolini scrisse per Einaudi: forse in nessun uomo
come in lui l'eredità del Risorgimento si identificava con una vera
visione della vita: non il Risorgimento eroico della leggenda e
dell'oleografia, ma il Risorgimento che era apertura dell'Italia
all'Europa, riallacciamento dei rapporti col mondo d'Oltralpe, la
finestra spalancata su Londra e su Parigi. Il Risorgimento di
Cavour, in una parola.