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 Ricordare
Mario Pannunzio significa ricordare “Il Mondo” che in
lui si identificava.
Il capolavoro di Mario Pannunzio fu infatti il settimanale “Il
Mondo”, fondato nel 1949 e da lui diretto fino all’ultimo
numero (8 marzo 1966). Con “Il Mondo” il giornalismo
settimanale avanzato e moderno cessava di identificarsi con Longanesi
e prendeva il nome di Pannunzio. Per altri versi si trattò
di un’iniziativa paragonabile, nella storia della cultura,
alla “Voce” di Prezzolini, a “L’Unità”
di Salvemini e alle riviste gobettiane ed è stato sicuramente
il giornale culturale più significativo del nostro dopoguerra.
Tutti i nomi più importanti del giornalismo e della cultura
di quegli anni e di quelli successivi scrissero su “Il Mondo”.
Vanno almeno ricordati i nomi di Croce, Salvemini ed Einaudi e quelli
di Ernesto Rossi, Carlo Antoni e Vittorio De Caprariis che furono
le “colonne” del giornale.“Attorno a Mario Pannunzio”,
osservò Rosario Romeo, “si riunì un gruppo di
intellettuali tra i più impegnati moralmente e politicamente
che conosca la storia del nostro Paese”. Ed Alberto Moravia
non esitò a scrivere che “in Italia, in quegli anni,
c’erano i comunisti e loro, senza alternative”.La sede
del giornale era costituita da poche stanze, a Roma, in via Campo
Marzio e via dei Prefettti. Il clima politico era quello venutosi
a formare dopo le elezioni del 1948. Fra una democrazia cristiana
parzialmente arroccata su posizioni conservatrici ed integraliste
ed un fronte popolare aggressivo ed estraneo ai valori della democrazia
occidentale, povero di idee e mancante di chiare scelte sia strategiche
che politiche, le forze di estrazione laica e liberaldemocratica
cercavano uno spazio ed un ruolo che permettesse loro di offrire
un’alternativa valida, un programma fatto di cose e di rigore
morale senza compromessi, in linea con le grandi scelte occidentali.Pannunzio,
dando vita a “Il Mondo”, volle offrire a tali forze
un punto di riferimento, una palestra di discussione e di elaborazione
teorica, ma anche una specie di “cassa di risonanza”
per proposte e problemi. In breve, infatti, “Il Mondo”
divenne la coscienza critica dei partiti democratici.Il filo che
univa il lavoro degli amici de “Il Mondo” era costituito
da Mario Pannunzio, che ne guidò la battaglia dalla fondazione
fino all’ultimo numero del giornale. Giulio De Benedetti,
che gli fu amico, così lo descrisse: “Mario Pannunzio
era un signore garbato, gentile, talvolta quasi frivolo, ma questa
sorridente apparenza nascondeva il freddo coraggio del moralista
laico”. A 39 anni era già austero; di raffinata cultura,
era uomo di gusti semplici. Persone più anziane e rinomate
di lui gli chiedevano un parere, giovani aspiranti al giornalismo
gli si affidavano per imparare il “mestiere”. Pannunzio
scriveva pochissimo, ma era l’ispiratore diretto di molti
articoli, il demiurgo di tutto il giornale di cui sceglieva personalmente
anche le fotografie. “Il Mondo” esprimeva un gusto ed
un’eleganza che hanno fatto scuola. Si dice che Pannunzio
fosse pigrissimo, che il suo problema più assillante fosse
quello di trovare parcheggio all’automobile, di cui si serviva
anche per andare a comprare le sigarette. A questa apparente indolenza
corrispondeva una vivacità intellettuale e un rigore nel
lavoro che non lasciava spazio all’improvvisazione: “Il
Mondo” fu lo specchio della sua capacità creativa e
della sua eleganza. Amante delle piccole comodità d’ogni
giorno, egli fu anche praticante e teorico della grande scomodità
della dissidenza in un Paese abituato al compromesso. L’intransigenza
di Pannunzio direttore era assoluta. Da aristocratico quel era da
parte di madre, discendente di una delle più vecchie famiglie
lucchesi, disprezzava ogni forma di cedimento e di favori; la sua
vita fu quindi punteggiata da continui e dolorosi distacchi e da
momenti di profonda solitudine. “Il Mondo”, come ha
osservato Indro Montanelli, rappresentò “la più
bella battaglia del pensiero liberaldemocratico nell’Italia
di questo dopoguerra”. C’è stata la tendenza
in questi ultimi decenni a fare di Pannunzio una sorta di “Santo
laico”, senza approfondire adeguatamente cosa egli abbia davvero
rappresentato col suo giornale nel dibattito politico-culturale.
Credo che si possa dire che egli sia stato un raro esempio di liberale
autentico in un’Italia in cui le minoranze erano viste con
dileggio come “visi pallidi”, un liberale che non si
è mai appiattito uil conformismo degli schieramenti, non
ha mai visto le cose da punti di vista precostituiti, si è
rivelato costantemente alieno dallo spirito partigiano. Pannunzio
fu un liberale (tollerante ma non accomodante, aperto a tutte le
idee ma inflessibile su alcuni principi per lui irrinunciabili)
che ebbe il proprio “portolano” ideale nel magistero
di uomini come Tocqueville, Croce, Hayek e Mises, gli ultimi due
allora quasi totalmente ignorati in Italia. “Il Mondo”
di Pannunzio ha rappresentato infatti la coscienza liberale dei
problemi del nostro tempo, vedendo nel liberalismo non una ideologia
da conservare e da difendere, ma un metodo con cui risolvere i problemi
che concretamente si pongono all’azione di governo. Alle pagine
de “Il Mondo” oggi più che mai dovrebbero andare
o ritornare coloro che – abbandonati i dogmatismi di un tempo
– intendono essere i protagonisti del pensiero liberaldemocratico.
Le idee “chiare e distinte” del liberalismo italiano
della seconda metà del ‘900 si trovano, purtroppo,
quasi solo nell’esperienza de “Il Mondo” che molti
citano, senza averlo neppure letto. All’inizio del nuovo secolo
bisogna rifare i conti con la nostra cultura ed in questo quadro
non sarà più possibile non tenere nella dovuta considerazione
le battaglie di un gruppo che ha indicato una strada che, se l’Italia
vuole uscire da una crisi culturale, morale, politica, dovrà,
presto o tardi, imboccare. “Il Mondo” è stato
espressione di una minoranza liberaldemocratica in un Paese sostanzialmente
illiberale. Eppure quella minoranza ha lasciato una traccia ed ha
contribuito a far maturare la coscienza politica di molti in senso
meno illiberale. Rileggere “Il Mondo” a 35 anni dalla
morte del suo fondatore può aiutare a capire la complessità
dei temi con cui si trova a confrontarsi chi voglia far crescere
il Paese attraverso la cultura e l’impegno civile, la libertà
e la democrazia: “Il Mondo” ha indicato un sentiero
che forse val la pena ripercorrere con il necessario distacco critico
ma anche con la volontà di capire il significato più
autentico di una grande lezione di cultura e di politica.
Pier Franco Quaglieni
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  Sarebbe
difficile disconoscere l'enorme influenza che l'"azionismo"
come forma mentis e tradizione intellettuale, più che come
organizzazione politica, esercitò sulla cultura italiana
resistenziale ed antifascista. (
) Tra il 1949 e il '66 il
settimanale "Il Mondo", diretto da Mario Pannunzio, fu
l'organo di questo settore del mondo culturale e letterario italiano.
Più sistematica ed organica fu l'influenza esercitata dal
Partito comunista.
Alberto Asor Rosa |
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 Qualche
volta Pannunzio si alzava dal suo tavolo, coperto di scartafacci,
nel suo studiolo, ed entrava nella grande stanza della redazione
agitando un manoscritto di poche pagine, il volto raggiante, con
l'aria di aver fatto una scoperta o di essere sulla soglia di una
scoperta. Il saggio passava di mano in mano, redattori ed amici
se lo leggevano uno dietro le spalle dell'altro, e spesso i giudizi
confermavano quello del direttore. Un altro sconosciuto professore
di liceo, impiegato statale, reporter o critico di qualche piccolo
quotidiano, era riconosciuto scrittore vero, un possibile collaboratore
de "Il Mondo".
E questa forza d'attrazione per i giovani e gli esordienti non più
giovani, che non volevano il successo, non volevano applausi e denaro,
per lo meno non subito, ma solo fare bene il proprio lavoro con
probità, chiarezza, onestà, e cultura, fu per anni
una delle maggiori benemerenze del settimanale.
Luigi Barzini |
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  Oggi
la cultura del "Mondo" è più di casa in
Italia che trent'anni fa. La cultura che sembrava di pietra dura,
come il marxismo, è piena di crepe.
Norberto Bobbio |
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 Quando
alla sera passavo alla redazione de "Il Mondo" mi affacciavo
alla porta della sua camera. "Vieni, vieni!" e, alzatosi
dal grande tavolo ingombro, Pannunzio si affrettava a chiudere la
porta per bisogno di appartarsi in un colloquio che fra noi era
sempre breve e denso, e anche per una intenzione affettuosa, per
un gesto scherzoso di liberazione dalle cure del giornale. La nostra
concordia era perfetta e la assoluta confidenza trovava in quel
giro di chiave compiuto con enfasi arguta la sua accentuazione.
Se mi avveniva di portargli un articolo lo facevo con esitazione,
anzi con una timidezza che lui solo mi ispirava e che non conoscevo
in alcun altro rapporto della mia vita. Leggeva lo scritto rapidamente
a mezza voce incespicando qualche volta ma subito annuendo col capo
e col sorriso appena accennato per significare che la colpa non
era dello scritto e che tutto andava bene. Pareva che intuisse la
mia inquietudine e, finita la lettura, tagliava corto con la solita
domanda di felice congedo: "Titolo?". Sapeva che la fatica
di scrivere quattro cartelle "magre" come le voleva lui
non mi lasciava mente per l'invenzione di un titolo. Ripercorreva
allora a volo le cartelle e colpiva improvvisamente nel giusto cogliendo
una parola o una frase che riassumevano l'intenzione e il senso
dello scritto.
Nicolò Carandini |
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  Il
"Mondo" è stato sempre per me, fin dal primo mio
articolo (su Via della Conciliazione, nel lontano 1950), la sede
naturale della polemica contro i "vandali in casa".
È stato il solo giornale, per molti anni, su cui fosse possibile
condurre avanti quella campagna.
In realtà il "Mondo" collocava questa campagna
in una linea di continuità rispetto a tutta la propria tradizione
politica e culturale, rispetto al proprio impegno di denuncia dei
fenomeni degenerativi e patologici della società e della
classe dirigente.
Un grande giornale la cui eco ha sempre superato di molto i limiti
della diffusione editoriale e il cui peso ha difficilmente un riscontro
in altri esempi del giornalismo italiano moderno.
Antonio Cederna |
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 La
cultura liberal-democratica del "Mondo" di Pannunzio,
specialmente se riletta oggi, può mostrare tutte le pochezze,
le insufficienze, gli elitismi e le ingenuità che si vogliono;
ma aveva un grandissimo punto di forza, che le derivava dall'effettivo
legame di continuità che, soprattutto nel crocianesimo e
nel salveminismo, la legava all'Italia prefascista: essa si sentiva
e si poneva rispetto al "resto del mondo" in una posizione
di autonomia, cioè potenzialmente unica ed egemone. Donde
- dati i rapporti di forza dell'epoca - il suo frequente, fatale
apparire grillo parlante e/o mosca cocchiera.
Ernesto Galli della Loggia |
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 Il
laicismo del "Mondo" non era astioso, ma riecheggiava
la migliore tradizione risorgimentale, il separatismo della destra
storica, senza inquinamenti giacobini. L'anticomunismo del settimanale
era profondo, ma non mai acido, non mai ingiusto. Il pregio del
foglio era vedere gli avversari, di destra o di sinistra, per quel
che fossero, di non costruirsene il manichino di comodo, troppo
facile a colpire.
Arturo Carlo Jemolo |
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  L'anticomunismo
di Pannunzio è sempre stato dettato da motivi di libertà,
mai da ragioni legate alla difesa di privilegi economici. Egli ha
dato un grande contributo morale e civile alla crescita della nuova
Italia nata dalla Resistenza.
Davide Lajolo |
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 "Il
Mondo" ha combattuto democraticamente una nobile battaglia
per la libertà. Quanti perseguono un'Italia quale oggi la
vorrebbero gli artefici del Risorgimento non possono non sentire
tristezza e rammarico per la scomparsa del periodico.
Falcone Lucifero |
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 "Il
Mondo" di Pannunzio ha rappresentato la coscienza liberale
dei problemi del nostro tempo, essendo il liberalismo non una ideologia
da conservare e da difendere, ma un metodo con cui risolvere i problemi
che concretamente si pongono all'azione di governo, avendo come
fine una sempre più ricca e articolata libertà degli
uomini e dei gruppi.
Nicola Matteucci |
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 Conobbi
Mario Pannunzio quando avevo ventitrè anni e lui venti. Diventammo
molto amici, passavamo insieme le serate, andavamo insieme al cinema.
Ho sempre continuato a frequentarlo. Nel complesso il gruppo del
"Mondo" fu, insieme ai comunisti, l'unico gruppo che avesse
una sensibilità culturale, col quale si potesse parlare.
In Italia in quegli anni c'erano i comunisti e loro, senza alternative.
Con chi andare, se no, coi democristiani?
Alberto Moravia |
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  Dopo
tanto parlare dell'impegno degli intellettuali e dei rapporti tra
cultura e politica, non si può non rilevare come non si sia
riflettuto abbastanza sul fatto che il "Mondo" ha rappresentato
un raro, e per certi versi esemplare, caso di adesione piena di
un gruppo di intellettuali alle ragioni vere della lotta politica,
attraverso un impegno continuo e responsabile, che non sfuggiva
le occasioni di dibattito, ma le sollecitava e le creava continuamente:
che è grande merito, in un tempo in cui quell'impegno si
è quasi sempre esaurito in una esteriore e discontinua "testimonianza"
o nel comodo atto di presenza in calce ai più incredibili
manifesti.
Stefano Rodotà |
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 "Il
Mondo" apparve in un momento di grave crisi e di sbandamento
della vita politica ed intellettuale del nostro Paese; e divenne
subito un segno di unione e di richiamo per gran parte della intelligenza
libera italiana. Attorno a Mario Pannunzio si riunì in breve
un gruppo di intellettuali tra i più impegnati moralmente
e politicamente che conosca la storia del nostro Paese.
Rosario Romeo |
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  Nella
storia gloriosa delle riviste italiane, che riconosce come capostipiti
il "Caffè" di Verri e il "Politecnico"
di Cattaneo giù giù sino alla "Voce" fiorentina
e al secondo "Politecnico" di Vittorini, il "Mondo"
occupa l'ultimo posto in ordine di tempo, ma uno dei primi per serietà
di adeguamento alle esigenze contemporanee.
Giuseppe Tramarollo |
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 Il
giornale di Pannunzio esercitò un'influenza assai più
larga delle cifre rappresentate dalla sua tiratura sia perché
impersonò un filone autenticamente liberale, e per certi
aspetti libertario, della cultura laica italiana, quella autenticamente
antifascista e meno provinciale sia perché, pur nel suo elitismo
e aristocraticismo innegabili, promosse un'analisi della società
italiana assai più realistica e critica di quella offerta
dai grandi giornali di partito e dalla stessa pubblicistica della
sinistra.
Nicola Tranfaglia
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 Il
"Mondo" di Pannunzio è stato, per la nostra generazione,
una sfida settimanale all'andazzo conformista dell'Italia di sempre
ed una instancabile, lucida esortazione all'altra Italia, quella
di Croce e di Salvemini. Di Pannunzio conservo una lettera che contiene
un amaro consuntivo sulla vita del giornale e sulle ragioni per
cui volle ad un certo punto sospenderne le pubblicazioni. Dopo la
sua morte gli amici ne mitizzarono, a maggior risalto della sua
vivacità intellettuale, la quasi leggendaria pigrizia; ma
egli fu in realtà, ciò che fu detto di Gobetti da
Gramsci: un organizzatore di cultura di eccezionale valore.
Valerio Zanone |
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 EPIGONI
ABUSIVI
Fucina di ingegni giornalistici, laboratorio di scrittura,
scuola di intransigenza e rigore, il “Mondo” di Mario Pannunzio
ha anche generato la folta schiera degli epigoni abusivi, dei frequentatori
presunti, dei consiglieri ipotetici, degli allievi cosiddetti. Vivere
parassitariamente sulla leggenda di quella ammirevole redazione e di quel
grande direttore è stato l’imperativo di legioni di interpreti
non autorizzati che hanno vantato legami indistruttibili, confidenzialità
inverosimili, consuetudini mai viste. Minoranza culturale nel Paese degli
opposti clericalismi, il “milieu” del “Mondo”
è diventato maggioritario soltanto post mortem, quando la testata
(nella passività insipiente degli editori, puri o impuri) ha chiuso
i battenti e il direttore ha preso congedo da questa vita.
La lezione del “Mondo” è stata edulcorata e immersa
nel nostalgismo melenso ed ecumenico. Le asperità di quella comunità
politica e intellettuale sono state levigate, ridotte e caricaturizzate
nella dimensione di qualche arguzia da bar di qualche strada o piazza
di moda, dove la sera si andava e si riandava. Nasce il mito del “Mondo”,
depauperato di tutto ciò che ha reso scomodo e temerario il percorso
di quel giornale nel panorama del conformismo nazionale.
Si rievoca la figura di Ernesto Rossi, ma del grande e integerrimo antifascista
si amputa il rigoroso, intransigente, sferzante anticomunismo democratico.
Gaetano Salvemini viene impacchettato in una confezione digeribile all’unanimità,
mutilando i suoi giudizi corrosivi sui mostri sacri della cultura irregimentata.
Si mettono in secondo piano figure cruciali come quella di Vittorio De
Caprariis, che fustigò il “pregiudizio positivo” nei
confronti del Pci di una cultura che non seppe portare con coerenza e
senza indulgenze preventive la sua critica antitotalitaria. Di Ennio Flaiano
si è fatto una figura eccentrica di motteggiatore e artefice di
fulminanti calembours: la “flaianite” giustamente vituperata
da Giovanni Russo. In una storia annacquata e depotenziata, ovviamente,
non può nemmeno mancare l’analisi degli errori commessi dal
“Mondo” e da Pannunzio: nell’ansia di riscriversi “pannunziani”
ad honorem, la luce abbacinante dell’elogio postumo non può
tollerare freddezza ed equanimità. Per questo la storia del “Mondo”
è tutta di rivisitare, purché liberata dalle testimonianze
insincere degli invadenti che ne rivendicano impropriamente l’eredità.
Per restituire a una testata e a un direttore la potenza urticante negata
e cancellata dai sacerdoti del nuovo conformismo.
Pier Luigi Battista
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 IL
MEGLIO DEL PENSIERO LIBERALE
Il Premio Pannunzio, conferitomi per il 2001 dal prestigioso
Centro torinese omonimo, ha destato in me il ricordo di tanti nomi di
amici e sodali indimenticabili. Molti legati all’esigente filone
liberaldemocratico del “Mondo”, altri invece, in linea parallela
e spesso intercambiabile, a quello liberalsocialista del “Tempo
Presente” di Silone e Nicola Chiaromonte.
Era stata questa la fucina laica ed ideale alla quale, fondando con Indro
Montanelli “Il Giornale Nuovo”, attingemmo negli asfittici
anni settanta, connotati da un clima di intolleranza clericale e di terrorismo
non solo ideologico. Cercammo di ripetere, in condizioni particolarmente
difficili e insidiose, la stessa operazione con cui un quarto di secolo
prima Mario Pannunzio riuscì a raccogliere intorno a sé
il meglio del pensiero liberale e i più bei nomi della cultura
italiana. Non potevamo più disporre di Benedetto Croce, Salvemini,
Einaudi. Ma ne raccogliemmo con legittimo orgoglio l’eredità
nei nomi di Nicola Abbagnano e Guido Piovene, Sergio Ricossa e Vittorio
Mathieu, Rosario Romeo e Renzo De Felice, Carlo Laurenzi e Geno Pampaloni.
Mentre la subcultura clerico-comunista ci accusava di “fascismo”,
noi travasavamo nelle pagine del “Giornale” le firme orfane
del “Mondo”, alle quale aggiungevamo il sale della cultura
critica e “dissidente” delle due Europe: da Raymond Aron a
Jonesco, da Francois Fejto a Furet, da Maximov a Sacharov. La rinascita
del vero spirito censorio fascista, truccato di progressismo, stava palesemente
dall’altra parte. Le masse facinorose e urlanti che ci assediavano
dalle piazze, la stampa conformista che ci calunniava, i terroristi che
sparavano a Montanelli, assaltavano le nostre redazioni e sprangavano
i nostri lettori ci facevano tornare a mente le amare parole pronunciate
da Pannunzio poco prima della morte: “Siamo in pochi e diventiamo
sempre di meno”. Forti del suo esempio stoico, avevamo anche noi
l’impressione di condurre un’amara battaglia di retroguardia
e di pura testimonianza. Ci ingannavamo. Fu nel 1989, al crollo del Muro,
che capimmo di aver condotto invece, quasi senza accorgercene, una battaglia
d’avanguardia perigliosa perché solitaria ed elitaria: una
battaglia cioè tipicamente, lucidamente, liberalissimamente pannunziana.
Enzo Bettiza
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